venerdì 13 giugno 2014

Gino Villani



Gino Villani, capo riconosciuto dei tifosi rossoblu. Villani era un personaggio caratteristico della vita bolognese, non soltanto calcistica. Buontempone, arguto e frizzante, sempre pronto alla battuta, incarnava lo spirito petroniano cosi bene simbolizzato dalla maschera cittadina, il « dottor Balanzone ». Proprietario di un'avviata merceria in pieno centro, a pochi passi dal « Nettuno » e dal grande negozio di Schiavio, era stato ed era grande amico del popolarissimo Angiolino, bolognese autentico. Fin dai tempi di Schiavio, ossia dall'anteguerra, la voce di Villani, tenorile, potente, addirittura stentorea, si levava all'improvviso dagli spalti, nel momenti di silenzio. Il suo « alè alè, Forza Bologna ! », scandito con la tipica cadenza petroniana, era divenuto un grido di battaglia echeggiante nei periodi felici e in quelli cupi, dalla gradinata centrale, sotto la torre di Maratona: non aveva mai voluto abbandonare questo posto da oltre quarant'anni, nonostante i vari presidenti, coi quali non sempre andava d'accordo, gli riservassero una poltrona nella tribuna centrale.

Il tifo di ieri

L'epopea del Bar Otello

di Adalberto Bortolotti

Il Bar Otello fu il centro delle ricorrenti contestazioni, per un Bologna che non riusciva a ripetere l'età dell'oro, ma anche la trincea sulla quale tutta Bologna arroccò nei giorni del doping. La resistenza alla Lega lombarda, come era definito il governo del calcio controllato dalla potente Milano, trovò proprio nel Bar Otello il suo fortino. Tempi di tifosi illustri, veri capipopolo. Come Gino Villani, che vendeva aghi e cordelle nella sua merceria di via Fossalta, ed era il re della Torre di Maratona, da dove il suo megafono scandiva i tempi del tifo. Celebre il saluto a Bulgarelli: "Onorevole Giacomino, salute!", cui Giacomo rispondeva con un inchino dal centro del campo e solo allora, dopo quel rito, la partita poteva cominciare. Villani era un attore nato, il suo capolavoro era una messa cantata, e profana, in purissimo dialetto bolognese, che trascinava al delirio. Era popolare e rispettato su tutti i campi, dove il suo arrivo, al comando di una variopinta brigata, veniva salutato con grande simpatia. Villani era un tifoso indipendente e si impegnò anche in accese contestazioni.

Gino Villani

di C.F. Chiesa

Il tifoso storico del Bologna, che ne ha accompagnato settant’anni di vita, diventando il simbolo della classica passione rossoblù, in cui l’amore per la squadra si fonde con tipiche caratteristiche della “bolognesità”: ironia, gusto della polemica, spirito goliardico, tempra ostinata. Cominciò a seguire la squadra quando contava sette anni e il Bologna giocava sul campo della Cesoia: da allora, come amava ricordare con orgoglio, aveva perso nella sua vita solo pochissime partite del Bologna, esattamente nel periodo di convalescenza per una frattura a una gamba. Anche durante l’età dell’oro del Bologna, nel periodo tra le due guerre, Villani riusciva, nonostante mezzi economici limitatissimi, a seguire il Bologna in trasferta, con altri due fedelissimi: il professor Aldo Carboni e il dottor Marcello Zanetti. Poi, il suo attivismo coronò un antico sogno. Si fa infatti risalire a lui, in coppia con Otello, l’organizzazione dei treni speciali. Accadde nel dopoguerra, quando, grazie a un accordo con le ferrovie, nacquero le “trasferte rossoblù”: «Fummo i primi in Italia» ricordava, «poi tutti ci hanno imitato». Non era esatto: impossibile infatti imitare quelle autentiche rappresentazioni teatrali da commedia dell’arte che andavano in scena sui treni speciali rossoblù, veri e propri carri di Tespi di sceneggiate di ogni genere messe in atto dalla sua inesauribile vena di comiziante, attore e incantapopolo. Gli dava manforte, dipingendo i fantastici cartelloni che ornavano i convogli e le illustrazioni delle pergamene che commentavano le vicende calcistiche del Bologna, l’amico Pinotti. I testi di filastrocche e zirudele varie, ovviamente, erano dello stesso Gino. Nella vita di tutti i giorni lavorava in un piccolo negozio di merceria in pieno centro. Dagli anni Sessanta, un segno distintivo inconfondibile si aggiunse al personaggio: essendogli calata la tonitruante voce, prese ad amplificarla adeguatamente con un megafono. Da quello, dalla sua postazione fissa allo stadio sotto la torre di Maratona, per oltre un decennio prima di ogni partita si udiva il suo saluto a Bulgarelli: «Onorevole Giacomino, salute!». Senza il quale, inutile dirlo, l’arbitro non si sarebbe sentito autorizzato a fischiare l’inizio del match. La stagione del settimo scudetto, 1963-64, lo vide in prima fila nelle manifestazioni contro la “congiura” dei poteri milanesi. Nei giorni successivi alla conquista dell’Olimpico, Villani fece stampare etichette da applicare a una serie di bottiglie di vino; la scritta diceva: “Albana scudetto – imbottigliato, come l’Inter, il 7 giugno 1964”. Poi, Villani si ammalò e il suo megafono tacque. Morì di un male incurabile il 16 ottobre 1977.

Alè Alè, Bologna !!

di Gino Villani

Non esagero col dire che da quarant'anni sto facendo il tifo per il nostro glorioso «Bologna », È un tifo, diremo così, fattivo, trattandosi di grida, incitamenti e battaglie qualche volta somiglianti a quelle vere, perché il pericolo di prendere, non solo legnate ma anche revolverate, è senz'altro esistito, con particolare riferimento agli anni più remoti. Feci il mio debutto (ero alto una spanna e in pantaloni corti) nientemeno che al Campo della Cesoia, fuori di Porta San Vitale, al lontano crearsi delle irriducibili contese fra i rossoblu di Gradi e il Modena di Raffaldini (un portiere allora famoso e vera colonna dei canarini). Nel primo dopoguerra, quando il nostro squadrone stava assumendo il ruolo di vedetta di classifica, si costituì quello scapigliato gruppetto di tifosi petroniani che per decenni incitò i rosso blu, non solo nelle partite di casa, ma li seguì in ogni angolo d'Italia. Questo complesso di patitissimi ventenni era formato dal sottoscritto, da Marcello Zanetti (ora dottore in agra­ria), Aldo Carboni, oggi noto scenografo e regista, Caprara, divenuto commendatore, Romagnoli, Giordani Piero, Rinaldi, Pesci Giorgio e il buon Venturi, suonato re di cornetta, dal quale istrumento partivano acutissimi squilli ad ogni gol dei nostri, e le note trionfali della marcia dell'Aida a fine partita vittoriosa. Scanzonata bohème era la nostra, che ci faceva spesso prendere il treno in completa bolletta, per cui si escogitavano cento sistemi onde sfuggire alle grinfie degli arcigni controllori. Molte volte ci affidavamo alla collaborazione di amici tifosi che ci nascondevano compiacenti sotto un cumulo di pellicce e cappotti, mentre loro tranquilli e indifferenti, giocavano una partita a carte sulle nostre schiene, accompagnando il liscio e il busso del « tresette » con manate di inaudita violenza, proprio nel momento che il gallonato del « vaporal servizio » disimpegnava la sua funzione perforante di controllo. L'ingresso agli stadi ci preoccupava relativamente. Una volta entrammo consegnando certi tagliandini verdolini che altro non erano se non la reclàme del Callifugo Zannoni « che fa scomparire calli e duroni » e che il nostro imperterrito atteggiamento aveva trasformato agli occhi della « maschera », in autentici biglietti di tribuna! Nei così detti treni speciali tutti, amici e conoscenti, recavano abbondanti provviste alimentari che sarebbero poi state divise fraternamente durante il viaggio.

« Il Bologna è uno squadrone che tremare il mondo fa! ».

Da parte nostra contribuivamo invariabilmente con fagioli lessati, avvolti in carta da giornale, che erano così bene accetti e tanto richiesti da costituire una preziosa merce di scambio con salame, pollo, formaggio, ecc. senza limite di quantità. E quindi « alé! alé! » sugli spalti, lanciati tra gli sguardi esterrefatti e minacciosi degli indigeni, e quali cori uscivano dai nostri petti: « Il Bologna è uno squadrone che tremare il mondo fa! ». Gli avversari sfogavano la loro gioia o amarezza in cento modi, oltre le contumelie, il pugilato, ecc. A Bari, in questo ultimo dopoguerra, perdemmo malauguratamente per 1 a 0 (gol segnatoci da Spadavecchia). Ebbene i baresi non contenti di averci battuti, ad una sosta per rifornimento, misero acqua sporca anzichè benzina nel serbatoio del torpedone che ci riportava a Bologna. A un certo momento, quindi, il motore si spense e noi tutti dovemmo spingere a forza di braccia l'automezzo per le dure balze d'Abruzzo, in una notte di vento e di freddo cane, finchè non raggiungemmo il più vicino e neutrale benzinaro. Un'altra iniziativa allo scopo di coprire delle spese, era quella di dare spettacolo per le vie della città dove il Bologna giocava, con una serie di umoristiche trovate che facevano sbellicare dalle risa i passanti, ai quali poi si chiedeva un grazioso e volontario obolo, il cui ammontare spesso superava le nostre più rosee previsioni.

A Roma, spareggio scudetto contro il Torino, 1929.

Ricordo che in occasione dell'andata a Roma per la finalissima del Campionato 1928-29 fra il « Bologna e il Torino », nella Galleria della città Eterna demmo tali prove di umorismo, che si presentò un tizio ad offrirci insistentemente la scrittura per un avanspettacolo, e un distinto signore, che poi apprendemmo essere il Quadriumviro Michele Bianchi, si rallegrò vivamente con noi. In quella famosa finalissima, al fulmineo gol di Muzzioli che ci dette la vittoria e il secondo scudetto, io ebbi un tale slancio di gioia, che giunsi perfino ad abbracciare replicatamente una giovane signora seduta al mio fianco, sotto gli occhi esterefatti del marito! Sempre in questa occasione, i rossoblu vennero ricevuti li Villa Torlonia; io, in costume da corsaro e Carboni nei panni di un contadino della bassa, li seguimmo, arrestandoci poi ad attendere in giardino. Ma un certo signore, allora Presidente del Consiglio, ci vide dalla finestra: rise e volle che anche noi partecipassimo al rinfresco. Quanti aneddoti! Non finirei di raccontare. A Padova, dopo una nostra clamorosa vittoria, fui inseguito fino al centro della città da una turba di scalmanati inferociti, riuscendo però a confondermi fra la folla e ad entrare al Caffè Pedrocchi, dove sedetti come un imperturbabile cliente abituale. All'Arena di Milano, dopo una partita vinta sull'Inter, i tifosi ambrosiani volevano addirittura la testa del terzino Gasperi; e non vi dico come cercammo di difendere il nostro bravo e simpatico Gisto, addirittura assediato da un centinaio di energumeni.

Con Otello.

Da anni si era poi aggiunto al gruppetto degli accesissimi Otello Montanari, il celeberrimo proprietario del Bar omonimo col non meno celebre bandierone rosso blu. A Genova, dove vincemmo con tre gol spettacolari di Puricelli, i tifosi genoani erano intenzionati a lasciarci un ricordo indelebile, bloccandoci senza scampo in un angolo della Galleria Mazzini. Ma, per nostra fortuna trovammo un agente di polizia romagnalo, che non solo riuscì a toglierci dalla criticissima situazione, ma anche a convincere gli scalmanati avversari sull'amore verso il prossimo, tanto che essi fini- ono per accompagnarci in giro turistico per la città. A Torino nella famigerata partita con Juventus, perduta per 3 a 2 (arbitro Lenti e acqua a catinelle) montammo su di una vettura tramviaria e riuscimmo a farci largo fra i passeggeri, indicando al bigliettaio, quale pagutore della comitiva, uno sconosciuto austero signore con la barba, che si trovava casualmente dietro di noi. Lo credereste?: il barbuto personaggio stette allo scherzo e pagò. Ricordo un piacevole episodio avvenuto nel ritorno in torpedone da Milano, dopo una clamorosa vittoria sull'Inter. Era con noi il comm. Dall'Ara. Facemmo sosta a Parma, i cui abitanti hanno sempre dimostrato tifo entusiastico per lo squadrone rossoblu, da loro considerato la gloria del calcio emiliano. Quella sera in Piazza Garibaldi ricevemmo una memorabile dimostrazione d'affetto, tanto che mi improvvisai oratore, e con voce tonante buttai fuori alla brava un faceto discorso politico-sportivo, accolto da fragorosi applausi.

Sceneggiata bolognese a Napoli !

Al ritorno da certe partite infuocate, spesso giungevamo alla stazione, dopo una disperata fuga, perdendo per strada perfino le scarpe; e montati sul treno, dopo gli ultimi commenti, ci accucciavamo stanchi e sfiniti sulla rete portabagagli, facendo tutto un sonno fino a Bologna. E, in quanto a marachelle, eccone una!  A Napoli entrammo in una trattoria per consumare un lauto pranzetto ma quando fummo alla resa dei conti, questi messi a confronto con le nostre finanze... non tornavano! Allora io escogitai una scappatoia. Finsi d'aver perduto il portafogli e, lanciatomi alla ringhiera della finestra, disperatamente tentai di buttarmi nel vuoto. Gli amici, d'accordo, fingevano di trattenermi, mentre il trattore con le mani nei capelli gridava: « All'anema di S. Gennaro!, non mi fate uno scandalo !! ». E il buon uomo prese tanto a cuore la mia disavventura che offrì il pranzo per tutti purchè rinunciassi a... suicidarmi !!... A Trieste, invece, ricordo la generosa accoglienza fattaci dal bolognese comm. Carretti, il quale ci ospitò nel suo lussuosissimo albergo. Noi, purtroppo, ricambiammo le sue gentilezze con una gaffe, quella cioè di lavarci la biancheria da soli, stendendola ad asciugare alle finestre che davano sulla bella piazza dell'Unità. Scandalizzatissimo, un maggiordomo negro si premurò di avvertirci che potevamo godere gratuitamente anche di lavatura e stiratura col personale dell'albergo. Al ritorno, essendo la terza e la seconda classe stipatissime, trovammo posto su quei divani di velluto rosso riservati ai soli... portoghesi autorizzati. Per un lungo tratto nessuno venne a turbare il nostro riposo, ma al ben noto richiamo di « favoriscano i biglietti», avemmo un sussulto senza tuttavia disorientarci; istintivamente io portai la mano al risvolto della giacca dove era appuntata una spilla con capocchia colorata e la frase « siamo dello Sgodonov » mi uscì spontanea e con certa autorità. I miei due amici assentirono ed imitando anche loro il noto gesto degli sceriffi americani, confortarono l'atteggiamento con una esibizione volontaria di documenti a cui l'integerrimo controllore rispose, col più ossequiente e cordiale dei sorrisi, il suo « prego, non si disturbino » lasciando così a noi I'indisturbato dominio dello scompartimento fino al termine del viaggio.

Ai tempi dello Sterlino.

Nelle partite di casa eravamo dei leoni. Chi non ha ancora nelle orecchie gli squilli del mio campanozzo portafortuna? Più di trent'anni fa andavamo al campo dello Sterlino, appollaiati sul tetto di una carrozza-giardiniera a due cavalli, nell'interno della quale sedeva maestoso l'ottimo presidente Minelli, al cui fianco sostava, devoto subelterno, il non mai dimenticato segretario Oppi. Minellone portava l'immancabile paglietta e il vistoso fiore all' occhiello della giacca a quadrettoni. E noi di sopra a far chiasso, agitando il bandierone rossoblu, tanto che spesso il presidente, sporgendosi fuori, ci avvertiva preoccupato: « Pian lé sò! ch'an s'asquezza él suffiet dIa carrôza ! ». Al teatro Duse, in una serata dei Campioni d'Italia, si esibiva la celebre Compagnia di Riviste Riccioli-Nanda Primavera, e noi del gruppo patitissimi vi prendemmo parte come attori, insieme con Peppino Muzzioli che usavamo chiamare scherzosamente « bocia persa ». E credetelo, non sfigurammo!! Scusatemi, cari lettori, se vi ho annoiati, ma ora che i miei capelli si sono fatti radi e debbo portare gli occhiali, mi è di gran conforto ricordare. Vi assicuro che, comunque, rimango ancora sulla breccia, e voi lo sapete, perché anche oggi quando udite, alto su tutti, il fatidico «alé! alé! Bologna! », esclamate cordiali: « È lui!! ».