venerdì 29 agosto 2008

Arrigo Gradi, l'inventore del rosso-blu


Arrigo Gradi fu il primo capitano del Bologna e uno dei venticinque soci fondatori del sodalizio bolognese, ma soprattutto fu colui che donò i colori rossoblù al Bologna F.C. Colori che furono vestiti fin dal primo giorno di attività del club, nel 1909, per non essere mai più smessi. Arrigo Gradi studiò in Svizzera all'Institut Wiget di Schönberg a Rorschach (stesso collegio da dove provenivano gli ex studenti che fondarono il Fussballclub Sankt Gallen, nel 1879), e da quel luogo si portò dietro la casacca a quarti rosso-blu che divenne in seguito la primissima maglia del neonato Bologna F.C. Gradi, appassionato di scherma ed equitazione oltre che di calcio, trascinato dall'amico fraterno Guido Nanni anche lui socio fondatore del Bologna e fanatico del football prese la decisione di fondare una squadra di football a Bologna. Ben presto Gradi, assieme allo svizzero Louis Rauch, a Guido Nanni, Emilio Arnstein, a Guido Della Valle e al presidente del Circolo Turistico Bolognese, cav. Carlo Sandoni, il 3 di ottobre del 1909, una domenica mattina, fondò il Bologna Football Club, sezione del Circolo Turistico Bolognese. La prima sede fu la stessa del Circolo Turistico Bolognese, ovvero l'antica "Birraria Ronzani", al numero 6 di via Spaderie, una via oggi scomparsa dove si trovava il "Fittone delle Spaderie", famosa insegna della goliardia petroniana. Per il campo di gioco si optò per i Prati di Caprara, in Piazza d'Armi, che aveva un grande vantaggio: quello di non costare nemmeno un centesimo. Come colori sociali si scelsero proprio le casacche che Arrigo Gradi si era portato dalla Svizzera, quel bellissimo rosso-blu destinato poi ad entrare nella storia del calcio italiano. Del gruppo dei pionieri, quello che rimase più vicino al Bologna e nel Bologna fu senza alcun dubbio proprio Gradi. I vecchi frequentatori della tribuna centrale ricorderanno ancora quel distinto signore, alto, elegante, che con composta trepidazione seguiva le vicende rosso-blu in campo. Oltre che padrino delle prime maglie, Gradi fu anche il primo capitano del Bologna, ruolo che in verità gli competeva per la maggiore conoscenza del gioco e soprattutto del regolamento. Era un'ala o una mezzala sinistra, aveva un tiro molto potente che scoccava anche da molto lontano. Fu proprio con una di queste cannonate che il Bologna conquistò la sua prima vittoria di prestigio, battendo ai Prati di Caprara l'Hellas Verona per 1-0. Gradi giocò i primi due campionati del Bologna, segnando 4 gol, poi si defilò e chiuse nel 1912, ma senza lasciare la società. Fece anche parte del consiglio del Bologna e ai brindisi del mezzo secolo, nel '59, appariva sinceramente commosso. Soprattutto ricordando i compagni d'un tempo che se n'erano andati. Li avrebbe raggiunti dieci anni dopo, in veneranda età, il 16 luglio 1969.

Arrigo Gradi giocò nel Bologna dalla fondazione nel 1909 fino al 1912, con 4 gol realizzati

da "Quattro matti dietro una palla", tratto dal libro "Il mezzo secolo del Bologna"

"Ritornare con la mente al lontano 1909 può essere un piacere e contemporaneamente una tristezza. Però debbo dire francamente che riportarmi, per quanto riguarda il Bologna F.C. a 50 anni addietro, mi procura un vero piacere per i ricordi tanto cari, ed anche perché mi dà l'occasione di fare un poco conoscere alle giovani generazioni, come nacque, come progredì e soprattutto come noi del 1909 intendevamo il football. La nostra società nacque per la decisione di pochi giovani che avevano studiato all'estero e di alcuni stranieri residenti a Bologna, che avevano praticato il football. Si fece l'acquisto di un pallone, ripartendo la spesa fra noi, e ognuno si procurò quel minimo necessario di equipaggiamento di gioco che occorreva, e che gran parte di noi già aveva da quando giocava all'estero. Cominciammo così, con il permesso dell'Autorità Militare, ad andare in Piazza d'Armi, per fare un poco di moto e passare qualche ora all'aria aperta. Naturalmente non mancarono presto i curiosi che vennero a vedere cosa facevamo e così cominciammo ad invogliare alcuni ragazzi invitandoli a calciare con noi. Dopo poco tempo avevamo un discreto numero di seguaci, e benché fossero ancora pochissimo esperti nel gioco, potemmo iniziare delle partitelle di addestramento a squadre quasi complete. Io andavo agli allenamenti con la casacca rossoblù della squadra di calcio dell'Istituto che avevo frequentato in Svizzera e fu così che i colori rossoblù divennero quelli del Bologna F.C. che fu poco dopo costituito. La società nei primi tempi viveva del modestissimo introito delle quote sociali, che naturalmente venivano pagate sia dai soci giocatori che dai pochissimi soci non giocatori. Si giocava, come detto, in Piazza d' Armi in campo aperto e tutti potevano venire a vedere gratis "quei matti che corrono dietro una palla". Noi giocatori pagavamo di tasca nostra tutto quanto era necessario: scarpe, casacca, calzoncini, calzettoni, ecc. Segnavamo il campo da gioco solo quando si doveva giocare una partita vera e propria con altra società, e poiché l'Autorità Militare ci aveva gentilmente concesso di giocare a condizione che il terreno fosse poi lasciato completamente sgombro, le porte erano smontabili e venivano montate ogni volta che andavamo ad allenarci o che si giocava una partita, smontandole poi subito dopo. Ben presto la nostra prima squadra divenne abbastanza forte da poter partecipare al Campionato Emiliano che fu vinto molto facilmente da noi. A questo riguardo è interessante citare che le gare contro la Sempre Avanti e contro la Virtus, furono giocate nello stesso pomeriggio con un riposo di pochi minuti fra una gara e l'altra, così che giocammo per ben tre ore consecutive!!! Ma allora era tale l'entusiasmo che, come già detto, non solo pagavamo per giocare, ma avremmo fatto qualsiasi sacrificio per il buon nome del Bologna F. C. e per tenere alti i colori rossoblù. Poi venne finalmente il momento in cui potemmo prendere in affitto un campo di gioco alla Cesoia, fuori Porta San Vitale, dove le porte potevano essere fisse, il campo cintato e fu costruita una piccola tribuna in legno. Cominciammo così ad avere un pubblico pagante. In un incontro col Casale F.C. rimasi infortunato e dovetti rimanere inattivo per molto tempo, poi venne la prima guerra mondiale e fui richiamato alle armi. Quando fui congedato feci parte del Consiglio Direttivo del Bologna F.C. e si dovette fare rivivere la società e ricostruire la squadra. Si passò dal campo della Cesoia a quello dello Sterlino, dove fu costruita una tribuna coperta e una gradinata, ambedue in cemento armato. Potemmo mettere presto in campo una squadra ben organizzata e che comprendeva elementi molto promettenti, e poiché un buon allenatore avrebbe certamente potuto portare un miglioramento sia ai singoli giocatori che al complesso della squadra, io andai in Austria e in Cecoslovacchia per cercare un allenatore. Portai così a Bologna il Dott. Hermann Felsner, che insegnò veramente a giocare con intelligenza e precisione. Fu in quell'epoca che il Bologna F.C. raggiunse fama nazionale e internazionale, fu Campione d'Italia e vinse la Coppa d'Europa. Il ricordo di quei bei tempi del Bologna F.C. sono per me di grande soddisfazione e mi farebbe molto piacere che anche i giocatori di oggi fossero animati da altrettanto entusiasmo, da altrettanta buona volontà di giocare e migliorarsi facendo eventualmente anche qualche sacrificio per il buon nome del Bologna F.C., che proprio oggi compie 50 anni, ma talvolta è sembrato più vecchio delle sue molte e faticate primavere agonistiche. Ma ora, con l'inizio del secondo mezzo secolo, sembra rinnovarsi. Ed io, che fui il suo primo capitano, gli sono vicino più ansioso che mai".

martedì 26 agosto 2008

Giuseppe Muzzioli


Giuseppe Muzzioli nacque a Bologna il 14 giugno 1904. Fu l'ala sinistra titolare del Bologna (il suo arrivo costrinse Alberto Pozzi, l'ala sinistra titolare ai tempi, a spostarsi all'ala destra) dal 1924-25 al 1929-30. Personaggio molto amato nella Bologna degli anni Venti, era un ragazzo schietto e buono. Ragioniere, si narra fosse cresciuto nel rione del Pratello, una delle zone più popolari della città. Era un grande appassionato di ippica, sport al quale si dedicò come eccellente driver una volta abbandonata la carriera di calciatore, nel 1933. Muzzioli era un giocatore eccezionale, un contropiedista nato, con uno scatto nelle gambe da sbalordire; l'uomo del destino dei primi due meravigliosi scudetti del Bologna, quelli del 1924-25 e del 1928-29. Fu lui infatti il protagonista del "gol non gol" della terza finale contro il Genoa nel 1925, quando con una tipica cannonata delle sue accorciò le distanze dopo il doppio vantaggio genoano. E nello spareggio decisivo con il Torino, nel 1929 a Roma, fu sempre lui, dopo una splendida azione personale di "Angiolino" Schiavio, a sparare sotto la traversa da appena fuori area il pallone che trafisse Bosia. Giuseppe Muzzioli, soprannominato Teresina (per le sue forme non proprio da atleta e la tendenza ad ingrassare), cominciò a praticare il football da giovanissimo, nella sezione calcistica della Virtus Bologna, assieme ad altri futuri rossoblù come Giordani e Giuseppe Martelli. Durante le sue stagioni virtussine,  affrontò diverse volte il Bologna in alcune stracittadine di campionato (all'epoca la sezione calcio della Virtus Bologna partecipava alla massima serie) nei primissimi anni Venti.

Il trasferimento al Bologna

Nel 1923, l'occhio esperto del "mago" Felsner si accorse di Muzzioli, che fu ingaggiato per la causa a strisce rosso-blu. Dopo una prima annata di assestamento, con sole 2 presenze, Muzzioli nel campionato 1924-1925 – quello del primo tricolore – si impossessò del ruolo di ala sinistra per non mollarlo più per un lustro. Solo nel 1930, con l'arrivo a Bologna di un grandissimo campione come Carlo Reguzzoni, perse la maglia da titolare a favore del bustocco. Muzzioli fu un'ala sinistra straordinaria, in tutti i sensi: a dispetto del fisico prosperoso e grassoccio, sfoggiava velocità, agilità e potenza devastanti; era immarcabile se lanciato in contropiede. Non molto raffinato sotto il profilo esclusivamente tecnico, ma dotato di un tiro con il piede mancino potentissimo, era un'ala con uno stile di gioco particolare, un giocatore che confidava nelle sue qualità fisiche e di potenza e che non mollava mai: bastava un minimo errore del suo marcatore – oppure una bella palla filtrante di Baldi – che Muzzioli si fiondava come una furia verso la porta avversaria. E l'azione, spesso, si concludeva con il gol. Rimase nella rosa della squadra fino al 1932-1933, in tempo per vincere, anche se non più sul campo come protagonista, l'edizione della Coppa dell'Europa Centrale del 1932. Giuseppe Muzzioli giocò nel Bologna dal campionato 1923-24 al 1932-33, con 177 presenze e 41 reti. Campione d'Italia nel 1924-25 e nel 1928-29. E' scomparso il 23 luglio 1941.

Articolo tratto dal "Littoriale" dell'11-7-1929, all'indomani della vittoria dello scudetto da parte del Bologna contro il Torino e scritto dal Commissario Tecnico della Nazionale Italiana Vittorio Pozzo, intitolato "Muzzioli e il suo Gol".

"E' toccato a Muzzioli di segnare il punto che doveva decidere di uno fra i più tenacemente ed accanitamente disputati Campionati d'Italia. Precisamente come in quell'altro Campionato, terribilmente conteso che vide il Bologna ed il Genoa incontrarsi quasi una mezza dozzina di volte prima che il Titolo giungesse alla sua definitiva allogazione. Allora, come ora, il punto della vittoria torna a merito di un giuocatore d'ala e dell'uomo che è, fra i dieci attaccanti in campo, il meno raffinato in fatto di stile, il meno perfezionato in fatto di tecnica. La linea fisica, lo stile di corsa, le movenze tutte non sono in Muzzioli quelle classiche di un calciatore. Lo stesso dicasi della sua concezione del giuoco: una concezione semplice, unilaterale, comprensibile di primo acchito dall'avversario, priva di finte, di finezze e di varianti. Ma Muzzioli ha un gran vantaggio sulla massa degli attaccanti del giorno d'oggi: è un giuocatore che tenta sempre e non dispera. E' sul campo per attaccare, ed attacca, sempre, comunque, dovunque. Un pallone avanti di due o di venti metri, una situazione qualsiasi davanti a lui, una possibilità anche remota di riuscir a far qualche cosa, ed ecco che Muzzioli tenta con coraggio, con fede, con volontà. Forse nessun'altra ala sinistra italiana si sarebbe trovata nella posizione in cui si trovò Muzzioli quando Schiavio eseguì il centro che doveva portare i bolognesi al successo. Martelli non c'era più: era passato a sostituire Pitto come mediano ed era stato immediatamente invitato dall'arbitro a seguire Pitto stesso fin negli spogliatoi. Della Valle si teneva in posizione arretrata, ed, accigliato e preoccupato come è nelle grandi giornate, lavorava troppo per la squadra per aver tempo di tentar qualche cosa per conto proprio. Busini III non lo si vedeva, era stato come ingoiato dal tono dell'avvenimento; il suo stile e il suo temperamento non sono fatti per farlo figurare ed emergere in partite tutto scintille e tutto fiera decisione.

La grande azione di Schiavio

In piedi, come attaccante autentico, non rimaneva all'attacco emiliano se non Schiavio. Il miglior attaccante in campo. Lavorava per quattro e lavorava a proposito. Lavorava con uno stile così energico ed incisivo - pur comportandosi in modo leale, chè il centro avanti bolognese fu uno degli uomini più corretti in campo - , che gli avversari lo sorvegliavano con particolare attenzione. Era tale la convinzione che egli fosse oramai l'unico uomo pericoloso della linea, che quando egli si muoveva, l'intera difesa granata accennava a concentrarsi su di lui. Così Schiavio si impadronì del pallone nella sua metà campo e filò diritto davanti a sè. Il guizzo con cui egli superò il primo uomo che gli si parò di fronte, lo portò lungo la linea del fallo: ed irresistibilmente tutto quanto era disponibile e mobilitabile di difensori torinesi venne attratto verso di lui, Martin III°, Martin II°, Monti III°, Colombari, come per stringerlo in una morsa. Il lungo e forte traversone al centro che Schiavio effettuò, in novantanove casi su cento non avrebbe trovato collega alcuno pronto a trarne profitto. Qualunque altra ala sinistra sarebbe rimasta al proprio punto ed avrebbe pensato che, con così poche probabilità di successo, proprio non valeva la pena di andarsi a piazzare alla metà del campo ed all'altezza dell'area di rigore avversaria. Muzzioli non stette a pensar tanto. V'era da tentare ancora una volta, ed allora tentò. V'era una probabilità di successo da sfruttare, ed allora avanti. Non v'era centro avanti disponibile al momento e partì lui volontario. E quando il centro di Schiavio giunse tanto preciso da tagliar fuori l'intera difesa torinese, Muzzioli si trovò pronto al posto dell'assente centro avanti e fece quel che il centro avanti stesso avrebbe fatto od avrebbe per lo meno dovuto fare.

Il gol di Muzzioli

Il tiro di Muzzioli, quello fu un'altra cosa. Egli sparò diritto innanzi a sè, nella direzione più semplice, in linea sul portiere. E' un fatto che si verifica nove volte su dieci: quando una situazione favorevole si presenta in modo inaspettato ed improvviso davanti a quell'obiettivo morale e pratico che è la rete, allora l'orgasmo è tale che, invece di cercar di ingannare l'unico uomo che rimane a battere, si punta diritto su di esso come attratti da una forza irresistibile. Invece di mirare all'angolo dove il portiere non c'è e dove non può arrivare, si lascia andar giù una gran cannonata su di lui. Muzzioli sparò diritto su Bosia. Il quale, sorpreso e suggestionato a sua volta si mosse fuori tempo, accennò confusamente a muoversi, e saltò quando già la palla si trovava nella sua parabola discendente dietro le sue spalle e verso la rete. Se Muzzioli fosse stato una stella del firmamento calcistico egli non si sarebbe trovato dove si trovò al momento del fatidico centro di Schiavio. Ed il campionato dell'annata non sarebbe ancora deciso, e la stagione sarebbe ancora viva, e noi saremmo ancora tutti qui ad attendere una decisione. V'è, detto tra parentesi, di che essere grati all'ala sinistra del Bologna. Ma un giuocatore di grido, uno di quelli che si muovono solo quando l'azione è impostata secondo tutte le regole dell'arte e quando essa possiede quella precisione e quella rapidità che eliminano la fatica, allontanano i rischi ed assicurano la possibilità di successo, un giuocatore di grido non si sarebbe trovato al posto in cui Muzzioli si trovò ed il centro di Schiavio non avrebbe trovato nessuno per raccoglierlo e l'occasione sarebbe andata sciupata. Libonatti se avesse giocato da ala sinistra non si sarebbe certo fatto trovare colà dove Muzzioli fu portato dal puro spirito di iniziativa e dalla volontà di ben fare. E' un opportunista Muzzioli, un uomo che, nelle grandi occasioni e dove la presenza di spirito vuole dir tutto, rende. Il Calcio è uno sport così complesso, che non sempre la finezza e la potenza di stile riescono ad imporsi. L'ala sinistra bolognese per esempio è, l'abbiamo visto, tutt'altro che un'arca di scienza in fatto di giuoco fine, abile, accorto. Ed egli è in pari tempo la negazione della rudezza, della violenza, della scorrettezza: è incapace di andare addosso ad un avversario, come è incapace di far male ad una mosca. E' semplice, è schietto, è bambino. Dice quello che sente, e, mentre gli altri si perdono in quisquiglie, fa quel che va fatto. E' l'esempio classico che nel Calcio c'è alla fin posto per tutti, qualunque stile si abbia, qualunque carattere si possegga, qualunque tendenza si rappresenti".

La morte di Muzzioli l'ex calciatore del Bologna 

Bologna, 23 luglio.

Oggi, dopo breve malattia, è spirato Giuseppe Muzzioli, noto ex.calciatore del Bologna. Il Muzzioli, che è stato una delle più reputate ale sinistre italiane dal 1925 al 1930, era conosciuto per il suo tiro micidiale col quale risolse appunto varie finali per la squadra rosso-blu in campionati nazionali. E' ricordata particolarmente una sua rete segnata nel 1929 a Roma, contro il Torino, nella finalissima che i felsinei dovevano vincere per uno a zero laureandosi campioni. In questi ultimi tempi Muzzioli era divenuto un ottimo guidatore di cavalli da corsa nelle prove di trotto. Aveva 37 anni. 

lunedì 25 agosto 2008

Giuseppe Della Valle

Pozzi, Della Valle, Schiavio , Perin, Muzzioli. Era questo l'attacco turbo del Bologna nella metà degli anni venti, quello delle 5 finali famose con il Genoa e di altre stagioni campali. Un attacco che nobilitava il buon metodo antico, portandolo anzi al più alto grado di efficienza. Anche se poi, a ben vedere, rigorosamente metodista non era, svincolandosi da quella formula rigida (5 attaccanti in linea) per meglio valorizzare le doti tipiche di alcuni suoi uomini. L'accorgimento, in breve (un'anticipazione su quelle che sarebbero state le nuove concezioni) consisteva nel tenere una mezzala, Perin, leggermente più arretrata, diciamo di raccordo, e l'altra, Della Valle, più di punta a fare tandem con Schiavio, quasi un doppio centravanti con tutte le relative combinazioni e alternative di gioco. Sarà stato per quella felice intuizione di Felsner e un po' anche per la nuova regola del fuorigioco (a uno anziché due uomini), fatto è che l'incremento nelle segnature apparve subito sensibile. 65-70 gol per campionato, anche per allora erano indubbiamente un bel viaggiare! Di essi, una quarantina se li confezionava la premiata ditta Della Valle -Schiavio (Geppe una volta nel '22, ne aveva fatti da solo 5 al Milan, battuto in casa sua per 8-0!), 15 o 16 se li dividevano fra loro le ali (e quel Muzzioli così irrompente, che bell'ala da contropiede sarebbe stata anche oggi) e al resto provvedeva Perin, che pur operando più indietro (diciamo da mezzala di spola) aveva il guizzo facile per giungere all'occorrenza in zona tiro. Geppe Della Valle, nato il 25-11-1899, era il leader indiscusso. Di famiglia nobile, laureato, il suo rango - valore a parte - si faceva sentire. Ce lo raccontavano come un tipo strano, un po' distaccato e neanche troppo comunicativo. Con Genovesi, ad esempio, non si parlava né si salutava. Però in campo era straordinario: tenace, elegante, concreto. Gioco fluido, lineare, passaggi esatti, mai un dribbling di troppo. Aveva anche potenza fisica e risorse di fiato inesauribili, tipo quelle di Badini, dal quale aveva ereditato nel '21 i galloni di capitano. I suoi duetti con Schiavio e i gol al volo sui traversoni di Pozzi rimasero a lungo scolpiti nella memoria. Se Geppe - diceva Felsner - si mette in testa di fare gol, lo fa. Ne fece, solo in campionato, 103, quasi mezzo a partita, quinto cannoniere rossoblù di tutti i tempi dietro a Schiavio, Reguzzoni, Pascutti e Pivatelli. Ma soprattutto aveva di grande il senso del gioco e l'arte di semplificarlo. "Eravamo tutti nazionali, però se mancava lui...". L'apprezzamento appartiene proprio al suo "amico" Genovesi ed è quindi doppiamente significativo. In nazionale giocò 17 volte, esordendo per Capodanno nel 1923 a Milano, 3-1 con la Germania. Fra le 6 reti azzurre messe a segno, memorabile quella di testa inflitta all'imbattibile Ricardo Zamora, proprio a Bologna il giorno festoso (29 maggio 1927) in cui inaugurarono il Littoriale. Smise a 32 anni, ma alla società continuò a prestare la propria esperienza, sostituendo fra l'altro, nel 1933, l'allenatore Nagy, e anche dopo figurando come consigliere e anche vicepresidente durante il trentennio dallariano. Anzi, nei momenti difficili (e ce ne furono!) Dall'Ara soleva chiamare lui, Schiavio e anche Perin ad affiancare tecnicamente, ma soprattutto moralmente, l'allenatore. Il quale, con numi tutelari come quelli, finiva immancabilmente per tirarsi fuori dai guai. E' scomparso nel 1975, all'età di 76 anni, attraversando così gran parte del novecento bolognese, dai tempi dei Prati di Caprara a quelli del Comunale, e regalando alla storia rossoblù 104 gol in 208 partite.

Giuseppe Della Valle giocò nel Bologna dal 1916 al 1930-31, con 208 presenze e 104 gol (secondo fonti non controllabili si dice che, il realtà, le reti siano 131). Campione d'Italia nel 1925 e nel 1929. In Nazionale A (esordio l'1-1-1923 in Italia- Germania 3-1) 17 presenze e 6 reti. Ha partecipato alle Olimpiadi di Parigi nel 1924. Un grandissimo campione.

Allego uno scritto di Giuseppe Della Valle, tratto dal libro "Il mezzo secolo del Bologna" e intitolato "I ricordi del capitano".

"L'illustre Preside del mio Ginnasio arricciò il naso. In una mattina di maggio del 1910, sul mezzogiorno, timidi ed impacciati ci recammo in Direzione. Erano con me il compianto Giannino Tonelli, ottimo medico che ci lasciò dopo pochi anni dalla laurea, e Gian Giuseppe Palmieri, il primo della classe, ma non altrettanto famoso calciatore quanto poi esimio Maestro di Radiologia. Non assentì il preside, che forse aveva visto qualche pallone in una embrionale vetrina di articoli sportivi, ma era completamente a digiuno dello sport che stava per assumere anche nella nostra città incremento e sviluppo e destare entusiasmo e passione. Nel pomeriggio di quel giorno, splendente di primavera e di sole, calava ai Prati di Caprara, nella vecchia Piazza d'Armi, uno squadrone di alto rango, proveniente da Milano: l'Internazionale, forte dei suoi Aebi, Peterly, Zeller ed altri, per misurarsi con un Bologna in via di formazione, ma pieno di speranze e di promesse, rafforzato dai classici vicentini Vallesella e Ghiselli, già compagni di squadra dei miei fratelli Guido e Mario che nella città palladiana erano alle loro prime armi. Non ricordo bene se marinammo la scuola tutti e tre, o in due, oppure io solo, ma nella memoria mi restò il ricordo di una partita stupenda, esemplare per tecnica e correttezza, incorniciata da una siepe umana e...portoghese formata da alcune centinaia di persone predestinate al tifo, ben poche in confronto a quelle 70mila che in un giorno parimenti feriale hanno ultimamente assistito a Colonia al confronto Germania - Olanda. Da allora ad oggi sono passati moltissimi anni, i migliori, quelli della giovinezza, dedicati allo sport prediletto, dopo lo studio di discipline sempre più impegnative e severe. Era un passatempo dilettantistico con sacrificio non indifferente di personali risorse economiche che non tutti potevano sostenere, ma l'entusiasmo era tanto, lo spirito di emulazione così elevato ed il prestigio di bandiera così sentito che in un modo o nell'altro riuscivamo a racimolare poche lire per un viaggio in terza classe per Modena, Reggio, Firenze e Verona. Da quest'ultima città era stato assunto qualche elemento di non scarso rilievo. Ricordo fra gli altri il portiere Orlandi, formidabile giocatore di pallone allo Sferisterio, allora in gran voga, svelto come un gatto tra i pali della porta, caratteristico per i folti baffoni e per i bianchi pantaloncini che si restringevano al ginocchio. Il gol che segnò il centravanti Peterly dell'Inter, l'unico di quella famosa giornata, non scosse la rete, perchè allora non esisteva, ma si infilò sotto l'incrocio dei pali come una saetta. E contro la sua vecchia Hellas contribuì a far capovolgere il pronostico che dava per scontata la nostra sconfitta; il Bologna colse allora uno dei primi e più ambiti successi con l'unico punto realizzato da Arrigo Gradi, dandy della vecchia Bologna. Il giovane sodalizio cominciò ad acquistare forma e consistenza con uno statuto suo proprio, per l'attività, l'interessamento e la passione dei primi soci fondatori. Si nominò un Consiglio, un Presidente, un Segretario e si raccolsero le firme per l'iscrizione dei soci che, ricordo, talora si effettuava durante le partite, ai bordi del campo, su un tavolino di fortuna. La prima divisa sociale consisteva in una "casacca" metà rossa e metà blu che, ritenuta poi poco pratica, venne sostituita dalla attuale maglia a striscioni degli stessi colori. Intanto questo sport, nella nostra Bologna, acquistava sempre più consistenza e destava sempre maggiore interesse, tanto che gli appassionati andavano rapidamente moltiplicandosi. Raggiunto un considerevole numero di soci e col concorso di sovvenzioni, si ebbe la possibilità di soddisfare una esigenza che si imponeva, passando in un campo di giuoco recintato da staccionata di legno e tendoni, dotato di una tribuna sia pure rudimentale, ove gli spettatori potevano più a loro agio assistere alle competizioni . L'ingresso era a pagamento per i soli uomini; e gentile consuetudine era quella di offrire fiori alle signore, durante gli intervalli delle partite, da parte dei giocatori stessi. Nacque così il campo della "Cesoia" fuori porta San Vitale. Contemporaneamente si potè disporre di una sede accogliente nella quale fraternizzavano dirigenti, giocatori e soci. Creatasi stabilmente una squadra di elementi di indubbia classe, si iniziò qualche partita di campanile, poi il "Bologna" partecipò al campionato veneto-emiliano e furono lotte aspre col Modena, Vicenza, Venezia e Verona. Facevano parte del nostro sodalizio elementi di valore quali gli aristocratici Bernabeu e Rivas, allievi del Collegio di Spagna, formidabile centrattacco il primo, mezzala sinistra simpaticissimo giocoliere e goleador il secondo. L'ungherese Koch rimpiazzò il portiere Orlandi ed un suo connazionale Mentzer rafforzò l'attacco col veronese Bianchi allora qui universitario ed attualmente radiologo a Genova; il tecnico e velocissimo Nanni, già ala destra della Società svizzera "Grasshopper"; il fine Rauch, incisiva mezzala destra e lo stesso mio fratello maggiore Guido, classico ed inesauribile centro sostegno, che già aveva militato tra gli allievi del Vicenza, il primo a definitivamente lasciarci dopo aver conquistato le spalline di Ufficiale d'Artiglieria all'Accademia di Torino. Andavano pur affermandosi gli Alberti, i Sala, Donati, Arnstein, Pessarelli, Grazzi, Venzo, Chiara, Badini ed altri provenienti dalla Toscana quale Malfatti, Pera, Scotti, Guardigli, ecc. Ben presto col progressivo e rapido sviluppo raggiunto dal calcio nella nostra città, fu giocoforza abbandonare anche il piccolo campo della "Cesoia" per quello più pittoresco e più ampio dello "Sterlino" sotto la villa dei Principi Hercolani. Si era nel 1913. Il nuovo campo fu la fucina di tanti campioni sorti dalle competizioni fra le varie scuole cittadine, da squadre di altri sodalizi sportivi come la Virtus, la Sempre Avanti, la Fortitudo, ecc. ma, soprattutto dalle riserve dello stesso "Bologna". Noi giovanissimi che già facevamo parte degli allievi, costituivamo i nuclei di rinforzo ed andavamo man mano rimpiazzando qualche titolare che per l'incalzare degli anni e per necessità di lavoro doveva conseguentemente venire escluso dai ranghi. La Grande Guerra interruppe qualsiasi competizione della squadra maggiore e l'attività si ridusse a qualche confronto tra elementi più giovani con squadre militari od estere. Purtroppo essa lasciò larghi e dolorosi vuoti fra le nostre maglie, perchè sul campo di battaglia i migliori avevano profuso i tesori della loro fede e del loro entusiasmo fino al supremo olocausto, temperati com'erano alla lotta, sia pure incruenta, sui terreni erbosi. Ed a noi, reduci dalla prima linea, non restò che il cordoglio per averli perduti. Ultimate le ostilità, si formò il famoso squadrone...che tremare il mondo fa...che io ebbi la soddisfazione e la responsabilità di capitanare. Tanto famoso che in una delle memorande finali col Genoa, sul campo neutro del Milan, chiuso il primo tempo col passivo di due reti, potemmo nel secondo pareggiare segnando un secondo gol regolarissimo, ma discusso al punto da invalidare il risultato finale col conseguente rinvio della partita ad altra data e su altro campo. E rammento che quando il capitano De Vecchi, nell'intervallo di di quella partita, venne complimentato per la magnifica gara, fu facile profeta allorchè rispose che il "Bologna" possedeva qualità di recupero di prim'ordine. E' ovvio ch'io aggiunga che il titolo nazionale in palio fu nostro appannaggio. Quasi tutti bolognesi, lavoratori o studenti, giocavamo per l'emblema rossoblù sino allo stremo delle nostre forze e delle nostre possibilità anche se, come disse all'inaugurazione dello "Sterlino" - oggi "Campo Badini" - il poeta Giuseppe Lipparini, talora dovevamo presentarci zoppicanti, malconci e col viso segnato ed incerottato davanti alla fanciulla del cuore. Ma posso assicurare, che non vi fu campo, quello della famosa Pro Vercelli compreso, che non vide noi giovani passare invitti e trionfanti dopo la partita. Bei tempi allora, colmi di spensieratezza, di promesse, di fratellanza e di entusiasmo. Amici veramente intimi, giocavamo col fatidico motto : tutti per uno, uno per tutti, per tenere alto il prestigio della nostra squadra e per entusiasmare sempre più una folla che andava ingrossandosi col volger del tempo e col moltiplicarsi degli allori, peraltro tutti morali. Di solito una coppa, una medaglietta, una spilla da cravatta od un paio di gemelli da polso che qualche mecenate donava ai migliori, ma sempre immancabile era il banchetto che ci riuniva a tavola la sera dell'agognata vittoria. E mi sovviene che ai primordi di un regime nuovo, quando gli assembramenti erano proibiti, usciti in massa dopo un pranzo in un ristorante del centro, ci soffermammo a commentare le varie fasi della partita ben giocata e vinta. Fummo tosto avvicinati da un nucleo di poliziotti in borghese che, senza indugio, ci intimarono di "sciogliere il comizio". Uno di noi, urtato in maniera non troppo ortodossa, dovette lasciar cadere a terra una succulenta porzione di lasagnette che aveva gelosamente custodita sotto l'ascella, tra due piatti, anch'essi contrabbandati, tra la nostra ilarità e quella dei tutori dell'ordine pubblico che avevano compreso l'equivoco. L'avevamo battezzata "Signorina" tanto era graziosa e civettuola, tutto brio e spirito, flessuosa nell'andare, golosa nel prendere cioccolatini e biscotti. Era la nostra mascotte, ricevuta in dono da un ammiratore e ce la tiravamo dietro un po' dappertutto. Quando la chiamavamo per nome, sia in treno come nelle vie più affollate ed eleganti di questo o di quel centro, le signorine si voltavano di scatto e rimanevano più che sorprese indispettite per l'omonimia che non poteva, invero, avere alcun punto di riferimento. Era un fox-terrier di purissima razza, dal pelo raso e fitto, tutta bianca, chiazzata nel musetto e nel dorso da due larghe macchie nere. A Vienna, ove sostammo in tournée per tre settimane, accantonati in un quartiere periferico (Roetzergasse) ospitati dal W.S.K. (Wiener Sport Klub), decidemmo una sera di raggiungere il centro senza spese. Al fattorino che porgeva il biglietto, noi, dopo un lungo ed incompreso giro di parole, chiedevamo: Roetzergasse? e la risposta logicamente non poteva essere che: nein! nein! E noi...e intanto al va! Scendevamo in blocco e ripetevamo la scena col tram successivo fino a raggiungere soddisfatti la meta prefissa. Monellerie se si vuole, ma senza malizia e che servivano a farci fare schiette risate. Da Vienna, attraverso il Danubio, raggiungemmo Bratislava in Cecoslovacchia, per un incontro amichevole ultimato alla pari e, di là in Moravia a Brno. E' questa una città che conta ormai 300mila abitanti, ricca di industrie tessili, dominata dal colle dello Spielberg. La visita al duro carcere che vide nell'anno 1820 la prigionia di Maroncelli, del Conte Confalonieri, di Silvio Pellico e di altri italiani fu per noi causa di estrema commozione e con immensa tristezza osservammo gli svariati ed inumani mezzi di tortura e l'orrido squallore delle celle. A noi tutti per un attimo un nodo serrò la gola, poi sortimmo e come non mai si sentì la nostalgia dell'Italia. Peraltro rientrammo soddisfatti per le accoglienze ricevute sia in Cecoslovacchia, sia in Austria ove avemmo agio di apprezzare ed ammirare calciatori di gran classe e campi sportivi costruiti alla perfezione, mentre il nostro "Sterlino", pur possedendo ottimi requisiti dal lato panoramico, non ne aveva altrettanti per quanto concerne il terreno in forte dislivello e con un fondo inadatto. Inoltre aveva una così scarsa capienza da non poter più contenere gli spettatori in progressivo aumento. Fu in conseguenza costruito l'attuale Stadio che venne inaugurato nel 1927 in una memorabile partita internazionale con la Spagna, in una cornice foltissima di pubblico. E' appunto questo ammirevole Stadio, dominato dal colle di S. Luca, che si svolge tutta l'attività agonistica del nostro sodalizio, in alterne vicende. Prati di Caprara, Cesoia, Sterlino, Stadio Comunale: sono queste le tappe in cui si compendia tutta la storia gloriosa del calcio bolognese! E noi che abbiamo vissuto questa storia, ricordiamo commossi il lungo cammino percorso e le varie fasi susseguentisi nel campo dello sport preferito. Iniziammo giovani e poveri di esperienza e di mezzi, ma ricchi delle nostre speranze e del nostro entusiasmo. Ora, in virtù dell'evoluzione dei tempi e dell'incessante progresso, molto si è modificato: organizzazione, strutture, impostazione di gioco e tenore di vita. Non così la passione che persiste viva come una fiaccola in tutti noi, giovani e non più giovani, attaccati oggi come allora alle sorti della nostra squadra. Questo ormai "vecchio" Bologna, di cui si celebra il cinquantenario, Presidente il Comm. Dall'Ara, ha dato alla città delle due torri sei scudetti, due vittorie di Coppa Europa e di un torneo delle Nazioni, ed alla patria, in olocausto una schiera di eroi come contributo di sacrificio e di gloria. E se altri calciatori li hanno rimpiazzati negli incruenti confronti, il Loro ricordo ed il Loro spirito aleggia sempre su tutti ed è un incitamento, un monito, un grido fatidico: forza Bologna!!!".

venerdì 22 agosto 2008

Pietro Genovesi



Pietro Genovesi fu il mediano per eccellenza del Bologna degli anni Venti primissimi Trenta. Era uno splendido laterale destro, ricco di classe e insieme di agonismo. Fu un'autentica colonna dell'undici rossoblù dei primi trionfi, dei primi due scudetti del 1925 e del 1929. Componeva con Baldi e Giordani (poi con Baldi e Pitto), una linea mediana formidabile, tra le migliori in Italia. Pietro Genovesi nacque a Bologna il 27 giugno 1902 e iniziò a giocare al football da giovanissimo, nella famosa squadra di "boys" allevata da Angiolino Badini allo Sterlino, assieme a Baldi, Gianese e Pilati. Fra tutti il più genuinamente bolognese era proprio Genovesi, il popolare "Piréin", uno dei beniamini del pubblico di casa. Giocava sin da allora da mediano laterale (ruolo che non avrebbe più cambiato), destro o sinistro indifferentemente, sempre tra i migliori in campo. Non sorprende quindi che a 16 anni fosse già in prima squadra. Ci sarebbe rimasto per altri 15, vivendo da protagonista tutta la splendida ascesa rossoblù. Genovesi laterale destro è stato per quasi tre lustri un punto fermo della formazione. Un mediano con basi tecniche di prim'ordine ma soprattutto di grande decisione agonistica, vera immagine personificata della fama gladiatoria che il solido Bologna di Felsner s'era fatta in giro. Era un "metodista" vero, di quelli che alimentavano il gioco offensivo della squadra in modo implacabile, ossessionante. I mediani allora, secondo i dettami del metodo, operavano larghi sulle fasce difendendo sulle ali avversarie e poi contrattaccando di concerto con le mezzeali. Il Bologna però non era sempre un rigido interprete dei canoni danubiani, qualche accorgimento utile Felsner di tanto in tanto lo escogitava (vedi la posizione più arretrata di Perin rispetto a Della Valle) e così poteva accadere in certi momenti di pressione offensiva che Genovesi si portasse sulla mezzala sinistra avversaria (lasciando che con l'ala se la sbrigasse Borgato o Monzeglio) per azionare a sua volta da interno di spinta nella zona nevralgica.

Dieci volte in Nazionale

E quella di Genovesi, a sentire i compagni, era una spinta che si sentiva e come. Confortato dai favori popolari, investito anche di una certa autorità in seno alla squadra (fu lui il capitano del secondo scudetto), il nostro Piréin era uno di quelli che potevano permettersi di dire quel che pensavano senza peli sulla lingua. Schietto per natura, diventava così il termometro di tutte le situazioni e non stupisce che Leandro Arpinati, gran nume tutelare dell'epoca, lo consultasse spesso e volentieri. "Com'è che andiamo male?" gli chiese un giorno durante il campionato 1927-28, disputato dal Bologna un po' in sordina. "Vuole che torniamo su?" gli fece Piréin con l'abituale franchezza. "Allora ci rimandi Della Valle da Fornovo e vedrà che ci riprendiamo." Da notare che Genovesi e Geppe Della Valle non avevano buoni rapporti, ma questo non aveva impedito al primo di fare onestamente la diagnosi esatta. Arpinati allora si affrettò a far rientrare Geppe (che era stato trasferito all'istituto Case Popolari ) e l'anno dopo il Bologna vinse il campionato. Al banchetto che si fece sui colli il gerarca lanciò una amabile frecciatina a Genovesi: "Anche se il nostro Piréin va dicendo che sono nemico del Bologna, vi garantisco che mi avete dato una grande soddisfazione...". Quello che Genovesi non perdonava al gran capo era lo scudetto del '27 che lui, per scrupolo, perché non si dicesse che l'aveva tolto al Torino per darlo alla sua squadra (il Bologna si classificò al secondo posto nel 1927 e con la revoca dello scudetto al Torino per un caso di calcioscommesse, avrebbe dovuto essere automaticamente nominato campione d'Italia), aveva preferito non fosse assegnato. "Lo so che l'ha fatto per troppa onestà", protestava vibratamente Genovesi "ma così ha fregato noi!".

Due scudetti con il Bologna

Dieci presenze in Nazionale A e due in quella B sintetizzano il suo curriculum azzurro nobilitato dal bronzo olimpico di Amsterdam 1928. E fra l'esordio vittorioso di Marsiglia 1921 (secondo rossoblù dopo Emilio Badini ad andare in Nazionale) e l'ultima pure vittoriosa con la Cecoslovacchia, anche l'indimenticabile pagina bolognese di Italia - Spagna (c'erano anche Gianni, Giordani, Della Valle e Schiavio e Borgato come riserve) per l'inaugurazione del Littoriale. In rossoblù (dove poi ha figurato ripetutamente con incarichi tecnici) 250 partite ufficiali con 35 reti, non poche per un mediano. Una volta segnò una tripletta al Vicenza e un'altra una cinquina all'Udinese, emulando così il suo "amico" Della Valle (autore di analoga prodezza alcuni mesi prima a Milano sul Milan) col quale aveva in campo un'intesa perfetta nonostante i due non si parlassero. Anzi era stata proprio questa intesa a rimettere in corsa il Bologna a Marassi nella seconda finale del 1925. A tre minuti dal termine Piréin aveva intuito lo smarcamento rapido del Geppe e gli aveva servito la palla vincente. Una combinazione di classe. Nei ranghi del Bologna dal 1916, Pietro Genovesi giocò in campionato nel Bologna dal 1919-20 al 1932-33, con 250 presenze e 35 reti. Campione d'Italia nel 1925 e 1929, 1 Coppa Europa nel 1932, 1 bronzo Olimpico ad Amsterdam 1928, 10 presenze in Nazionale A e 2 in quella B. E' deceduto nel 1980 a 78 anni.

mercoledì 20 agosto 2008

Felice Gasperi

Felice "Gisto" Gasperi, fu l'icona guerriera del "Bologna che tremare il mondo fa", un terzino sinistro tutto grinta, caparbietà, istinto. Un vero combattente. Ma non fu soltanto questo Felice Gasperi, fu anche un ottimo calciatore sotto il profilo tecnico, non era certamente uno sprovveduto sotto questo aspetto, anzi. Felice Gasperi nasce a Bologna il 26-12-1903 e da giovanissimo si mette subito in luce nei "boys" del Bologna, formando con Baccilieri e Schiavio l'attacco della squadra riserve. Esordì proprio come attaccante nella famosa partita del 30-12-1922 contro l'Ujpest di Budapest, nella settimana dell'esordio in maglia rossoblù di Angiolino Schiavio. Si, proprio così, non è un errore; quello che diventerà in seguito uno dei più forti difensori d'Europa, da ragazzino era un'ottima mezzala, un giocatore velocissimo, scattante, deciso e con un'ottima tecnica di base. Infatti, quando Felsner, con un'altra delle sue geniali intuizioni, lo lanciò in prima squadra come terzino, "Gisto" si meravigliò tantissimo e quasi ( considerando il suo caratterino...) si offese. Ma Felsner era un santone del football, ne capiva più di tutti e in Gasperi intravvide immediatamente le magnifiche doti fisiche, tecniche e soprattutto caratteriali. Sì, perchè Gasperi era un duro, uno che si faceva pochi scrupoli, uno da "o la va o la spacca", un motto che per "Gisto", gran mastino, solito fazzoletto sulla fronte, prendeva sin troppo alla lettera. Specie con tipi altrettanto decisi, come ad esempio Varglien II°: per cui, più d'una volta, uno dei due rientrava anzitempo negli spogliatoi. La difesa del Bologna degli anni '20-'30, fu letteralmente uno spauracchio per gli attacchi avversari, erano difensori forti fisicamente, durissimi e di classe. Quella difesa formata da Gianni; Borgato, Monzeglio; Baldi e Gasperi fece epoca nella storia del Bologna e del calcio italiano. Gasperi venne convocato da Vittorio Pozzo in Nazionale e fece il suo debutto il 15-4-1928 ad Oporto contro il Portogallo (sconfitta per 4-1) e in altre tre occasioni nel 1932-33, si ritrovò affiancato dai suoi compagni in rossoblù Gianni e Monzeglio: le tre uniche volte (1-2 a Praga, 4-2 con l'Ungheria a Milano e 3-1 con la Germania a Bologna) che la difesa del Bologna venne schierata per intero. Complessivamente dunque 6 presenze in Nazionale A e 8 in quella B. D'altronde, con un Caligaris in circolazione, non si poteva onestamente dare torto a Pozzo. Non glielo dava neppure l'interessato, che aveva sì un carattere impulsivo e focoso (non per niente lo chiamavano "tubo di gelatina", e non solo per come esplodeva sulla palla), ma era onesto e schietto con sè come con gli altri. Prova ne sia che, quando nel tardo 1937 giunse il momento del cambio della guardia, fu lui stesso ad andare dall'allenatore, il grande ungherese Arpàd Weisz, e dirgli che era più giusto che giocasse Pagotto. Lui ormai con 17 campionati sulle spalle, 411 partite, 4 scudetti eccetera, eccetera, a 34 anni poteva tirare tranquillamente i remi in barca. Chiusa la carriera, "Gisto"(Nino per i familiari) continuò a fare il commerciante di vini e di lui le cronache calcistiche tornarono ad occuparsi nel dopoguerra per un tentativo di aggressione a Gino Cappello dopo una partita perduta col Milan. Gasperi era un irriducibile, una vera e fiera bandiera rossoblù e il suo carattere ribelle lo conservò fino all'ultimo. Ricoverato nel 1982 in una clinica di Città Sant'Angelo vicino a Pescara, una mattina andarono per svegliarlo ma lui non c'era. Lo ritrovarono accovacciato senza vita in una stradina di campagna. Povero "Gisto", forse pensava di essere nella vecchia via Siepelunga che ai tempi della sua adolescenza era solo un viottolo che lui percorreva per andare allo Sterlino. Aveva 79 anni. Felice Gasperi giocò nel Bologna dal 1921-22 al 1937-38, con 401 presenze tra campionato e coppe e 4 reti. Vincitore di 4 scudetti nel 1924-25, 1928-29, 1935-36, 1936-37, di 2 Coppe Europa nel 1932 e nel 1934 e del Torneo dell'Expo di Parigi nel 1937. In Nazionale A 6 presenze (esordio il 15-4-1928 in Portogallo -Italia 4-1) e 8 presenze in Nazionale B. 

lunedì 18 agosto 2008

Gastone Baldi – Il centromediano in frac



Gastone Baldi, il centromediano che incarnò la classe, la raffinatezza del gioco, lo stile. Non a caso lo avevano soprannominato sui campi di tutta Italia "il centromediano in frac" per l'eleganza dei suoi movimenti, sempre composti e lineari. Baldi era un uomo dal fisico imponente (si avvicinava al metro e novanta), ma allo stesso tempo dal passo slanciato, dal fisico asciutto. Vederlo giocare era come osservare un manuale del calcio: posture perfette nel calciare il pallone, grande tecnica e potenza nei calci piazzati (la sua specialità), un vero stilista del football. Gastone Baldi era nato a Bologna il 14 maggio 1901 e giocò praticamente sempre nel Bologna, facendo tutta la trafila nelle giovanili. Faceva parte dei "Boys" del Bologna (assieme a Genovesi, Cesare Alberti e Gianese), dove sovente veniva impiegato anche come mezzala. Fu Angelo Badini, che a quei tempi si sdoppiava come calciatore e allenatore, che lo vide giocare in una squadretta di periferia, una delle tante che pullulavano nei campi di gioco della Bologna calcistica dell'epoca. Angelo Badini passava le sue giornate tra i campetti dell'Audace, della Fortitudo, della Virtus in cerca di giovani talenti. Tra questi, oltre a Genovesi e Zecchi, Badini trovò anche quel lungone di Gastone Baldi, che a tempo perso giocava in piccole squadrette improvvisate. A 14 anni, nel 1915, Baldi fece le sue prime apparizioni in prima squadra, nelle tante amichevoli che il Bologna disputò durante la sospensione dei campionati nel periodo bellico. Il Bologna, nel frattempo, iniziava il suo cammino, zoppicando al massimo, causa i vari lutti spesi nella Grande Guerra. Tra gli altri, era caduto uno dei fratelli Della Valle, quel Guido capostipite, ufficiale d'artiglieria, deceduto per una grave malattia a soli ventuno anni nell'ottobre del 1915, senza che avesse potuto prendere parte attivamente al conflitto. Nel 1919, Baldi, che si divideva tra la prima squadra e i "Boys" di Angelo Badini, vinse con questi ultimi il "Torneo primi calci", manifestazione giovanile organizzata da soci e dirigenti del Bologna, tra cui Alessando Oppi, Gibelli e Berti. Al Torneo parteciparono i settori giovanili delle principali squadre bolognesi e rappresentative di diversi istituti scolastici: GS Bolognese, Nazionale Emilia, Audace, Juventus, US Giovanile, Giovane Sport, Istituto Vittorino da Feltre, Istituto tecnico B, ecc. Nelle giovanili del Bologna guidate da Badini, e in seguito nella squadra riserve, Baldi cominciò a spostarsi nel ruolo di terzino e proprio come back esordì in campionato nel 1920-21, in Prima Categoria (massima serie). L'esordio fu positivo: il 24 ottobre 1920, il Bologna affrontò a Ferrara la Spal, vincendo in trasferta per 0-3. Baldi, quel pomeriggio, giocò in una squadra che comprendeva già diversi giocatori che avrebbero portato il Bologna a vincere il suo primo scudetto.

Da terzino a centromediano

Nella stagione 1920-21, come già scritto, ci fu l'esordio di Baldi nella massima serie in quel di Ferrara, il 24 ottobre 1920: Spal - Bologna 0-3, con rete di Perin e doppietta di Cesare Alberti. Baldi giocò terzino, in coppia con Federico Rossi. Proprio durante quel campionato, a metà febbraio, Angiolino Badini, il centromediano titolare della squadra, fu improvvisamente stroncato dalla setticemia, a soli 27 anni. Una perdita enorme per il Bologna, a livello umano soprattutto, perché Badini era il leader della squadra e il fratello maggiore per tanti ragazzi di quel nuovo Bologna che stava nascendo, ma anche a livello tecnico la sua scomparsa pareva irreparabile: Angelo Badini fu infatti il primo grande giocatore del Bologna, il fulcro del gioco dei rosso-blu per quasi una decade. Stranamente, a differenza del fratello Emilio, non fu mai convocato in Nazionale, ma si era guadagnato sul campo la stima e il rispetto degli avversari, tecnici compresi, tanto da essere impiegato durante il periodo bellico, in prestito dal Bologna, dall'Unione Sportiva Milanese (ai tempi una delle squadre più significative del campionato italiano) nella Coppa Biffi e nella Coppa Mauro. Dopo il grave lutto, ancora attoniti e immersi nella mestizia generale, si cominciò seriamente a pensare a chi avrebbe potuto sostituire Angiolino, chi mai avrebbe potuto riempire il vuoto umano e tecnico lasciato da quel grande giocatore. Il "mago" di Vienna, Hermann Felsner, che conosceva il football come nessuno, ebbe una geniale intuizione: si era accorto, visionando il gioco di Baldi, che un calciatore con quel fisico, con quel passo, e con la tecnica cristallina che Baldi possedeva innata, era sprecato nel ruolo di terzino, ma sarebbe stato perfetto per ricoprire il ruolo di centromediano. Per Baldi fu la svolta: da mediocre terzino quale era, si trasformò in uno dei migliori centromediani del campionato, un giocatore in grado di spostare gli equilibri del gioco – quando il centromediano nello schema del Metodo aveva, se non la massima importanza all'interno dell'economia di una partita, comunque un ruolo chiave della squadra –, organizzarlo magistralmente e fare la differenza. In coppia con Genovesi (che come lui abitava dalle parti di via Toscana), suo compagno degli esordi, formò da subito una linea mediana superba, che negli anni si distinse tra le migliori in Italia. Nonostante la sua notevole statura, non era un grande colpitore di testa, un difetto che l'allenatore austriaco cercò invano di correggere. Andava molto meglio quando doveva trattare il pallone con i piedi e mostrare la sua tecnica da virtuoso: colpiva con forza e coordinazione, facendo spesso centro con i suoi micidiali calci di punizione e i suoi rigori perfetti.

L'emozione della maglia azzurra

Era davvero bravo, tanto che fu selezionato più volte per la Nazionale – con la quale disputò le Olimpiadi di Parigi del 1924 –, ma a causa del suo carattere troppo emotivo, in Nazionale non seppe rendere per il campione che realmente era. Il suo debutto in maglia azzurra avvenne proprio a Bologna, nella fatidica partita del 3 dicembre 1922 (giocata al Velodromo, in quanto lo Sterlino era giudicato non a norma per via del famoso dislivello del terreno da porta a porta) contro la temibile Svizzera. Si racconta che alla vigilia della partita, gli amici più cari vollero festeggiare il buon Gastone con una festa tutta sua, brindando alla grande, com'era in uso nella Bologna degli anni '20. Baldi giocò male quella partita, si pensò che fosse stata la presenza della folla di casa a tagliargli le gambe, ma non convinse nemmeno due anni dopo alle Olimpiadi di Parigi. In Nazionale non andò quasi mai bene: era come frenato, sempre in preda ad una forte emozione che gli impediva di esprimere le sue grandi qualità. Giocò nel Bologna per lunghi anni, vincendo tutto quello che c'era da vincere. Si rese protagonista soprattutto nelle coppe europee, nella più antica competizione internazionale a livello di club, la Coppa dell'Europa Centrale, dove l'emozione che lo attanagliava in Nazionale svaniva completamente: cancellò dal campo campioni come il temibile mancino Raymond Braine, cannoniere belga dello Sparta Praga, o come Fritz Gschweidl, eccelso attaccante del First Vienna e del "Wunderteam" austriaco allenato da Hugo Meisl.

Arriva Occhiuzzi

Verso la fine della sua carriera, fu chiamato a sostituire Baldi in maglia rosso-blu Francesco Occhiuzzi, il celebre "Fray Mocho", come era soprannominato a Montevideo il centromediano uruguagio nato a Cetraro, in provincia di Cosenza, ma cresciuto nella capitale della Banda Oriental. Fu acquistato per 5.500 dollari dal Montevideo Wanderers, con cui nel 1931 si era laureato campione nazionale. Occhiuzzi, che era un grande giocatore e aveva vestito più volte la maglia della Celeste, vincendo con essa per ben due volte la Coppa Newton, subì un grave infortunio durante Bologna - Padova 1-0 del 19 febbraio 1933 (tibia fratturata in uno scontro con il patavino Callegari), che mise fine anzitempo al campionato dell'oriundo, e così la società richiamò in campo il grande stilista Baldi, giusto in tempo per consentirgli di finire alla grande la sua epopea da giocatore. Terminata la carriera agonistica, curò le giovanili del Bologna impostando alcuni buoni elementi e vincendo per due volte, nel 1937 a Ginevra e nel 1938 a Strasburgo, il trofeo intitolato a Walter Bensemann (calciatore, giornalista, fondatore di "Der Kicker" – la più importante rivista calcistica di Germania – e di diverse squadre di calcio tedesche, tra cui l'Eintracht di Francoforte), a quell'epoca una delle più importanti manifestazioni calcistiche a livello giovanile. Nel 1938, quando il Bologna dovette cacciare il grande Arpàd Weisz per via delle ignobili leggi razziali del regime fascista, la società richiamò Baldi come allenatore della prima squadra, ma la Federazione non ratificò la sua posizione negandogli la concessione del patentino, e così Baldi dovette cedere il passo al ritorno del grande ex, Hermann Felsner. Gli ultimi anni della sua vita li passò tra molte traversie e dolori, ma era sempre sorridente, mai triste. Un grande campione. Gastone Baldi giocò nel Bologna dal 1920-21 al 1932-33, con 272 presenze totali e 19 reti. Campione d'Italia nel 1924-25 e nel 1928-29, vincitore della Coppa Europa nel 1932. Vanta 3 presenze in Nazionale A.

Articolo di Leone Boccali tratto da "Il mezzo secolo del Bologna"

Bolognese puro sangue, Baldi era molto alto; compassato, piuttosto calmo almeno nella pratica meditata del gioco: un centro mediano classico emergente nel lavoro di sostegno, di distribuzione e di incremento offensivo, ma calcolato e intelligente pur nelle interdizioni difensive. Certo il centromediano d'una volta era un gran personaggio; quell'uomo «di centro-campo» di cui oggi tanto si discorre. Doveva avere più fiato, gambe e cervello di tutti, onde valutare la necessità e le convenienze di avanzare a ridosso dell'attacco oppure di retrocedere a contatto coi difensori. Al pari di tutti i giocatori altissimi, Baldi non era così abile nel gioco di testa come si potrebbe credere, facendogli difetto l'elevazione; ricordava Fossati Il, il fratello minore del celebre Virgilio caduto in guerra, condividendone la compostezza. Baldi aveva una personalità, uno stile proprio, era il perno della squadra. Non era focoso come Andreolo, però celava nel suo animo il contrasto dell'emozionabilità in talune circostanze, proprio nella più impegnativa, la partita azzurra. Era quella maglia, e non l'impegno internazionale di per se stesso a turbarlo, se potè spadroneggiare contro lo Sparta, nella Coppa Europa vinta dal Bologna nel 1932, neutralizzando le mosse del famoso Braine (centravanti arretrato, ma i centromediani avanzati se lo andavano a cercare).

In Europa con il Bologna e con la maglia azzurra della Nazionale

A Bologna lo Sparta si buscò addirittura un 5-0; nel ritorno a Praga, nè Baldi nè Schiavio poterono giocare. Baldi, più che trentenne essendo del 1901, era ormai alla fine della carriera, culminata nei titoli del '25 e del '29, e che per la Nazionale non gli aveva concesso che tre gettoni, essendo risultato tanto incerto il suo esordio nel 1922, quale occasionale rimpiazzo di Burlando, da sconsigliare di insistervi. Già superata per 2-0, la Svizzera poteva pareggiare 2-2, e il competente pubblico della sua Bologna non aveva risparmiato neanche i suoi due rappresentanti, Baldi e l'ala Pozzi; ma perchè proprio il pubblico di casa può determinare le emozioni paralizzanti, e stroncare la gambe, ecco all'Olimpiade di Parigi del 1924, Baldi ritornare, da riserva; nella facile partita col Lussemburgo, agevolmente assolta; preludio alla terza e ultima comparsa, nel gennaio del 1925 a Milano, contro l'Ungheria: quanto dire Baldi contro Orth. Ma non era questione della folla di casa, era proprio l'incubo della Nazionale; si sentì le gambe «tagliate» più che mai, nonostante avesse al fianco l'abituale compagno Genovesi e davanti Della Valle. Di lui, come azzurro non si ritenne più di parlare, e non aveva ancora 24 anni! Peccato, anche se l'avvento di Bernardini potè risolvere il problema della sostituzione di Burlando. E nel «suo» Bologna, in altri sette-otto anni di attività, ne fecero ancora della strada quelle sue lunghe gambe!

Da "Il Littoriale" del 1 marzo 1938

La posta del martedì

Lettere Aperte

Alla stazione di Roma, prima che il treno parta, un ragazzo arriva di corsa e cerca – nel gruppo dei giocatori bolognesi – il signor Gastone Baldi e Dino Fiorini. Ha due lettere da consegnare. – Leggiamole a voce alta – dice Maini. Gli altri approvano. E Baldi legge. Non sono lettere d'affari, naturalmente, e a Baldi luccicano gli occhi a mano a mano che la lettura prosegue. Sono lettere che tutti possono leggere. Anzi, guardate, le pubblico tutte: così contemporaneamente le leggeranno gli sportivi e gli interessati. Lettere aperte.

A Gastone Baldi


Caro Baldi, t'ho rivisto – lungo lungo come le pèrtiche de' filari della Gaiana - dietro la rete di Ceresoli. Avevi in capo un cappellino verde a sghimbescio, e ogni tanto – con grande flemma – ossservavi il cronometro e poi dicevi qualcosa a Fiorini. Nessuno – nell'immenso Stadio – t'ha riconosciuto: e uno anzi, poco lontano da me se n'è uscito con un'esclamazione di meraviglia: «Oh, guardate com' è lungo! Più alto della rete! ». E dire che, non molto tempo lontano, tu dominasti nel campo dei centrosostegni e tu soffristi (posso usare la parola?) la più strana tragedia: giocare da campione nella tua squadra, e non ritrovarti in nazionale. Sei passato – nella storia del calcio italiano – come il più classico centro-sostegno: il più calmo, che voleva dire, il più giudizioso. E nella mia fantasia di bambino, ti eri impresso come il gigante buono che fa cose belle, E tu giocavi bene. T'ho rivisto nel Bologna in un momento critico, accompagnatore della squadra, allenatore delle riserve. Impalato dietro la rete di Ceresoli, non hai avuto minimo scatto neanche quando Busoni (strambo de' più strambi) ha segnato un bel gol: e ricordo quando, in una partita di finale di campionato che vinceste, al gol della vittoria rimanesti fermo al tuo posto mentre tutti saltavano dalIa gioia. Ora, ti dico, la tua presenza è di lietezza nella squadra, e pare che dia ordine a un gioco che non è più bolognese: essendo bolognese il gioco chiaro e – in certi momenti – irresistibile. La squadra pecca di lentezza forse perchè le mezze ali rimasticano il giochetto del darsi e restituirsi il pallone; e forse perché al centro non v'è più quel nostro amico Schiavio che ben fece a lasciare l'anno scorso il campo, e che molto male ha fatto quest'anno a ritornarvi. Vedi, Baldi, a tal proposito debbo esprimerti una mia impressione: che il Bologna sta vivendo troppo sul suo passato. E il ritorno di Schiavio ne è il classico esempio. Come – misura minore – l'innesto di Gasperi ne è la conferma. Tu che hai ora alta autorità (e Weisz, credo, sia dello stesso parere) fa in modo che i giovani siano immessi in squadra: che vi si innestino fresche energie, meno esperte ma che nella squadra troveranno esperienza; e fa che gli anziani non sciupino le belle impressioni lasciate, con esibizioni non lodevoli. E' questo il problema del Bologna. Come trovò Fiorini, saprà trovare altri «assi». C'è nel Bologna una vena inesauribile di energie. A te Baldi, l'arduo compito.

Ti saluto.

Da "Il Littoriale" del 2 aprile 1937

Una tradizione che promette frutti copiosi 

I ragazzi del BOLOGNA  che sotto le cure di GASTONE BALDI hanno vinto il TORNEO di GINEVRA

BOLOGNA. 1.

Un laconico quanto significativo telegramma avvertiva la direzione del Bologna che i ragazzi in maglia rossa, diretti sapientemente da Gastone Baldi, non dimenticato centro mediano dell'undici felsineo, avevano conquistato la vittoria nel torneo indetto a Ginevra e al quale partecipavano rappresentative della Francia, della Cecoslovacchia e della Svizzera.  Poche parole ma che hanno riempito di giustificato orgoglio il cav. Scardovi e il cav. Berti che assieme all'ex giocatore curano e disciplinano l'attività della squadra minore petroniana. Il successo ottenuto a Ginevra va esaltato anzitutto perché conseguito in terra straniera e perché riportato da un coraggioso manipolo di autentici ragazzi i quali hanno fornito una intelligente dimostrazione delle possibilità calcistiche italiane anche là ove sarebbe stato logico sperare soltanto. Invece questi undici ragazzi rosso-blu, senza timore, senza intimidirsi hanno offerto una smagliante proova che compensa i generosi dirigenti della compagine bolognese dei sacrifici sostenuti fino ad oggi per creare un centro d'allevamento, costituire i quadri che dovranno in un prossimo domani offrire i futuri titolari di prima squadra a carattere prettamente bolognese.

Il buon seme non si smentisce

L'occasione della magnifica affermazione a Ginevra favorisce l'opportunità di dedicare un meritato spazio a questi ragazzi bolognesi  che formano l'orgoglio dei tre moschettieri. Baldi, Scardovi e Berti. Il successo di Ginevra non è in fondo che la più bella delle innumerevoli affermazioni colte in coppe, tornei e campionati dai minori rosso-blu i quali stanno perpetrando una tradizione che non potrà che dare frutti nell'avvenire. Vi fu un gran dire quando si seppe che il Bologna avrebbe partecipato al torneo ginevrino.  Per questi ragazzi, i cui viaggi non avevano mai oltrepassato il centinaio di chilometri, la prospettiva di un breve soggiorno in terra straniera ha fatto lavorare la fantasia. Andare in Svizzera ! Un sogno, ma un sogno che i dirigenti del sodalizio felsineo hanno tradotto in realtà persuasi che la squadra perfezionata da Baldi con un lungo ed attento lavoro avrebbe degnamente figurato ed onorato il calcio italiano. I candidati al viaggio svizzero sono molti: i più sicuri di partecipare al torneo sfoggiano una evidente soddisfazione, gli incerti quasi tremano, si raccomandano. Ma v'è un limite inesorabile che non si può oltrepasassare. I partecipanti non devono superare il 18° anno di età. Gran disperazione per qualcuno per essere al di là del limite per pochi giorni soltanto. La esclusione è quasi dolorosa oseremmo dire, ma i dirigenti bolognesi intendono osservare in pieno il regolamento per non incorrere in sorprese. Finalmente la comitiva dei piccoli giocatori è formata. Allegria e speranze. Alla stazione sono convenuti parenti ed amici. Partono i ragazzi in terza classe come ai tempi che segnarono l'ascesa del calcio. Che importa ?

Oltre ogni aspettativa

A Ginevra i ragazzi rosso-blu si battono con animo e puntiglio, sfoggiano del bel gioco, infondono fiducia nei connazionali, colgono la prima vittoria. La promessa di distinguersi è già mantenuta. Sarebbe già stata una affermazione classificarsi al secondo posto, ma Baldi esige di più, vuole che i suoi pupilli regalino al calcio italiano una vittoria luminosa e la otterranno battendo il Servette in finale. Il primo viaggio estero s'è concluso come meglio non si poteva sperare. Sono tornati raggianti questi ragazzi, fieri dell'impresa, grati ai tre moschettieri che hanno favorito la realizzazione del loro sogno. Bisognava vederli questi degni rappresentanti dell'Italia Fascista al loro arrivo a Bologna. Non stavano più nella pelle. Ed attorno a loro erano simpatizzanti ed amici che hanno voluto ascoltare episodi e fatti della loro trasferta e i veltri non si sono fatti pregare per narrare le vicende delle dure lotte sostenute con generosità e valore. Quello di Ginevra è stato un vero campionato internazionale per ragazzi e l'aver superato il confronto con unità agguerrite forma motivo di una soddisfazione ben compresa da chi ha valutato l'importanza della competizione. Ed avevano ragione questi piccoli rosso-blu di cantare su tutti i toni che «il Bologna è uno squadrone che tremare il mondo fa».

Articolo di Renato Lemmi Gigli tratto dal libro "Bologna 90 anni di storia"

"Lo chiamavano il centromediano in frac. E davvero espressione più felice non si sarebbe potuta coniare per Gastone Baldi, l'uomo-perno del grande Bologna dei primi due scudetti e della prima Coppa Europa. Diceva dell'eleganza del suo stile, del suo comportamento sempre esemplare del tocco morbido con cui serviva i compagni, passaggi al centimetro quasi sempre rasoterra. In breve lo riassumeva, lui così alto, così compassato, così impeccabile. Indubbiamente uno dei più grandi interpreti metodisti di questo ruolo, forse il più classico secondo il modello danubiano, in un'epoca in cui il centromediano era il giocatore più importante della squadra. Quello in pratica che avocava a sé gran parte del gioco di centrocampo, per cui doveva avere più fiato, più gambe e più cervello di tutti. Toccava a lui infatti valutare il momento di avanzare a ridosso dell'attacco e quello invece di retrocedere a contatto dei difensori; quando conveniva appoggiare sulle mezzali e quando aprire diagonalmente con larghe sventagliate sulle ali. Insomma il centromediano era il vero playmaker, il cuore ma soprattutto il cervello della squadra. Nel Bologna degli anni più lontani avevano nobilitato il ruolo Guido Della Valle, fratello maggiore di Geppe, ufficiale di artiglieria, morto nella Grande guerra, e in special modo Angelo Badini, rimpatriato dall'Argentina a rianimare le fila rossoblù. E quando un destino feroce strappò Angiolino alla vita, non fu senza angoscia che in società si chiesero chi mai avrebbe potuto prenderne il posto. Fra lo scetticismo generale Felsner scelse Baldi, uno della nidiata che proprio il grande Angiolino aveva allevato, il quale però sino allora aveva giocato, e senza eccellere, solo da terzino di riserva. Che però il mago avesse visto giusto se ne accorsero ben presto, man mano che questo cavallone di vent'anni prendeva confidenza col ruolo imponendo ogni domenica di più la sua legge in campo. Soltanto in una cosa non eccelleva: nel gioco di testa, contrariamente da quanto ci si sarebbe attesi da uno della sua statura. Ma bastavano le altre doti tecniche (tutte presenti) per farne un giocatore di primissimo piano.

Il sortilegio della maglia azzurra

Oltre che per la grossa parte avuta nei primi due scudetti rossoblù (avendo ai lati Genovesi e Giordani nel '25, Genovesi e Pitto nel '29) e nella Coppa Europa vinta nel '32 (stavolta con laterali Montesanto e Martelli II), Gastone Baldi è passato alla storia per quell'incredibile sortilegio che lo bloccava, schiacciandolo emotivamente, ogni qual volta indossava la maglia azzurra. Accadde tre volte su tre, dopodiché i selezionatori dovettero depennarlo e Baldi si trovò scartato per sempre dalla Nazionale quando non aveva che 24 anni! La prima volta fu proprio a Bologna contro la Svizzera. Era anche la prima volta che la Nazionale si esibiva da queste parti, al campo Velodromo, giacché lo Sterlino, col fatto che era in pendenza, non si prestava ad eventi del genere. Con Baldi esordiva pure il compagno di colori Alberto Pozzi detto zinzèla (zanzara), schierato all'ala destra. C'erano insomma tutte le premesse per fare un debutto coi fiocchi e invece il buon Gastone incappò in una giornata incerta e gli svizzeri in ritardo di due reti alla mezz'ora, riuscirono a 5 minuti dalla fine a pareggiare. Si pensò che fosse stata la presenza della folla di casa a tagliargli le gambe. Ma non convinse nemmeno due anni dopo alle Olimpiadi di Parigi contro il modesto Lussemburgo. Infine la controprova definitiva contro l'Ungheria a Milano nel gennaio 1925, in un momento per Baldi di massimo fulgore e con l'opportunità di contare a destra sul fido Genovesi e davanti sul suo capitano Della Valle. Macché, niente da fare. Vinsero i magiari e Baldi collezionò un nuovo fiasco.

Protagonista nella Coppa dell'Europa Centrale

Che a condizionarlo non fosse tanto l'internazionalità dell'evento, quanto invece proprio l'incubo e la responsabilità della maglia azzurra, ebbe a dimostrarlo alcuni anni più tardi in occasione della prima vittoria del Bologna in Coppa Europa del 1932. In quella edizione i rossoblù giocarono solo due turni (dopodiché furono dichiarati vincitori per squalifica delle altre due semifinaliste) limitando i danni in trasferta e giocando in casa partite memorabili con Sparta Praga (5-0) e First Vienna (2-0) e sempre con capitan Baldi grande protagonista. In particolare nel match con i boemi, in cui oltre a neutralizzare completamente il famoso Braine (che, giocando da centravanti arretrato, finì inesorabilmente nella rete di Baldi), segnò anche il quinto gol con una di quelle punizioni rasoterra dal limite che erano una sua specialità. Furono gli ultimi bagliori. Nei mesi che seguirono la società cominciò a preoccuparsi della sua succesione rimpatriando dall'Uruguay, il calabrese Occhiuzzi, piccolo e taurino (come taglia quindi proprio l'opposto di Baldi), che però a metà campionato sfortunatamente si fratturò. E allora toccò a Gastone giocare le ultime partite della sua lunga carriera (275 presenze ufficiali con 18 reti), prima di appendere definitivamente, nel novembre 1933, le scarpette al chiodo. Rimase nella società curando con gran passione la squadra ragazzi e anzi guidandola ad una duplice affermazione nella Coppa Bensemann nel '37 a Ginevra e nel '38 a Strasburgo. Da tempo purtroppo era minato dalla malattia che l'avrebbe invecchiato precocemente condannandolo ad una triste esistenza fino alla morte avvenuta nel 1971 all'ospedale psichiatrico Roncati a settant'anni esatti.

Da "Il Littoriale" del 9 luglio 1929

di Bruno Roghi

All'abile adattamento alla struttura del gioco, alle specialissime prerogative di una partita finalissima, il Bologna ha accoppiato il grande valore di due atleti che hanno battuto compagni e avversari: Baldi e Schiavio. Il lungo centromediano bolognese ha giocato col campo negli occhi. Il suo lavoro astuto, intelligente, calmo, tenace, ha nutrito magistralmente l'attacco, aprendolo come un ventaglio con una serie incessante di palloni perfetti di tocco e di traiettoria. E al posto di volata Schiavio, l'autore morale del gol della vittoria; lo Schiavio dei tempi d'oro e delle giornate combattive. Che importa se il giocatore ha avuto, specie nel primo tempo, i suoi periodi di incertezza e di sbandamento? Sono stati i palloni difficili, quelli che bisogna conquistare col talento e col cuore del combattente, i palloni che hanno illustrato la classe di Schiavio! Certi dribblings rischiosi e brucianti sull'avversario che si avventa; certi autentici morsi alla palla per tenerla stretta; certi scatti da leopardo per vincere l'antagonista che non cede: ecco la partita del soldato da plotone d'assalto. Con Baldi e Schiavio, altri giocatori bolognesi meritano la citazione: Della Valle per il suo instancabile sfacchinaggio e l'energia selvaggia spiegata nel serrate; Genovesi per la sua tenacia e per la sua astuzia; Pitto per l'attività vertiginosa e per lo splendente gioco di sbarramento del primo tempo. Una vetrina per la difesa. Gianni, frequentemente ed insidiosamente impegnato, ha disputato una partita eccellente. Imbattibili i due terzini: focoso ma vigile Gasperi; elastico, pronto, elegantissimo Monzeglio, che ha «indovinato» col fiuto di un bracco innumerevoli palloni ai forwards torinesi. Ultimo, per issarlo sugli scudi, Muzzioli, il rubicondo matador della partita. Ciuffo guascone, viso da fanciullo, cuore intrepido, sorriso standard sulle grosse labbra, andatura sobbalzante nell'opulenza delle rosee carni, una cartuccia di gelatina nella punta del piede: ecco il «tenore» di casa rosso-bleu.

Il campionato italiano di calcio. Asterischi sulla prima gara di finale

di ZAM

La Domenica Sportiva - 22 Giugno 1924, Milano

Per una volta lo sport ha ceduto il posto alla politica: due ore prima del gran match, a Genova, al bar dei rosso-bleu, i discorsi dei numerosi frequentatori erano imperniati sul noto doloroso episodio di criminalità. La finale passava in seconda linea. Il cuore dello sportivo aveva così doppia ragione di rammaricarsi. Ma quale rivincita sul campo di Marassi! Folla, passione, cazzotti come nelle precedenti grandi occasioni. Credetelo. Dopo l’antipasto servitomi al bar, anche quei cazzotti mi hanno fatto piacere. C’era in essi una sanità morale e fisica che faceva riconciliare con la vita. Eppure non sono mancate le vittime a questo match. Il primo uomo a terra è stato… l’arbitro. Per un colpo di pallone Bistoletti si è sentito mancare gli spiriti. Gliene sono rimasti appena a sufficienza per fischiare il “cessate il fuoco!”. Per fortuna la crisi è stata passeggera e Bistoletti ha conservato tanto fiato da fischiare per un’ora e mezza gli innumerevoli falli e le numerosissime interruzioni per incidenti. Quanti contorcimenti a terra, durante questa partita! Come se non bastassero i colpi accidentali (il più caratteristico è stato l’incontro fra Leale e Santamaria) ce ne sono stati di peregrinamente intenzionali, come quelli scambiatisi fra Gasperi e Catto. A completare l’opera è intervenuto uno spettatore che si è accapigliato con Della Valle. Si sono avuti così tre espulsi: due dal campo e uno dalla linea di fallo. Anzi Bistoletti, per misura di prudenza, ha mandato oltre il reticolati anche i “neutri” che vi si erano infiltrati, Bernabò compreso. Non si può dire che la partita sia stata brutale: dura sì, giacché la posta in giuoco era di importanza capitale, ma cavalleresca nel contempo: almeno fino a metà della ripresa. Dopo si è un po’ accentuata in pesantezza mentre in tribuna si eccedeva in intolleranza. Nel complesso si è avuto quello che ci si aspettava.

Tredici nazionali in campo

Il football è energetico sovrano ed il sangue non è acqua: tanto meno all’ombra tecnicamente migliore, della Lanterna e sotto la protezione della Garisenda. Avete fatto il conto dei nazionali, che erano in campo domenica? Otto nel Genoa e cinque nel Bologna. Non si può negare che ciascuna delle due squadre vantasse i titoli necessari per contendersi l’onore di essere proclamata “campione”. E per tale onore i 22 uomini ce l’hanno proprio messa tutta. Né i meno famosi han voluto stare indietro. Anzi: Borgato e Schiavio nelle file Bolognesi e Bellini e Neri in quelle genoane hanno “bagnato il naso” a qualche collega che li ha preceduti nella fama. Ma il giuoco non è sempre stato all’altezza della volontà e pari al valore dei protagonisti. L’appunto colpisce più i vincitori che non il Bologna. Il Genoa, come unità organica e tecnica non è infatti quasi esistito all’attacco e nei mediani; ha concentrato tutta la sua formidabile potenza nell’estremo trio difensivo. Il Bologna, smagliante per contro nelle due linee avanzate ha commesso più di un peccato d’impostazione nel sistema difensivo. Né questo basterebbe a giustificare la regolare sconfitta della squadra se lo stesso attacco non avesse sciupate le sue meravigliosi doti di giuoco con esitazioni ed ostinazioni esiziali nell’area di rigore avversaria. Come giudizio sommario e necessariamente incompleto, il match di Genova si imposta nel quadro tecnico-critico già messo in rilievo dal precedente torneo olimpionico. La tecnica è destinata a soccombere davanti ad una squadra combattente, se non viene sorretta nella stretta finale dal deciso guizzo realizzatore. La tecnica crea la situazione vantaggiosa: il punto nasce dall’impetuoso e abile sfruttamento di tale situazione. Una squadra che superi l’avversaria nelle finezze di giuoco o ha così la sicurezza di avere a sua disposizione un numero ben maggiore di occasioni favorevoli o non è pertanto sicura di vincere la partita. Non sono mancate in campo le note individuali piene di sapore.

Confronto tra stili di gioco

Il match è stato giuocato dal Genoa più dai singoli uomini che non dalle linee. Ha così fatto rifulgere le doti positive… ed anche quelle negative dei giuocatori. Mariani, per esempio, il sempre entusiasta Mariani, presentatosi col suo esilarante mezzo quintale di grasso, è stato il più schiappino dei ventidue. E’ il più pericoloso degli attaccanti – diceva nella tribuna della stampa un ex giuocatore che ricordava la tradizione che vuole sia concesso al meno a punto dei forwards l’onore della marcatura. Ed è proprio avvenuto così. Dopo aver lasciato perdere una buona dozzina di palloni che potevano dare al Genoa un serio vantaggio, Mariani si è riabilitato al 40. minuto della ripresa con un tiro classico di potenza e di precisione che ha sorpreso Gianese. Neri ha messo dentro senza fatica. La prima fila del Bologna ha lasciato la consueta impressione di organismo agile e preciso. All'osservatore non sono sfuggite due anomalie. Perin si è sacrificato costantemente, al punto di non piazzare neppure uno di quei tiri improvvisi e potenti che sono sempre stati una sua specialità. Della Valle ha invece peccato in senso opposto. Sembrava affascinato dal desiderio di scavalcare il “divo” Renzo. Per soddisfare tale puntigliosa fatto sfoggio di tutte le sue risorse di “dribbling”, di velocità, di impeto. Non c’è mai riuscito. Venti volte è andato a sbattere, lui ed il pallone, contro la salda “colonnetta” genoana e venti volte il pallone gli è stato tolto dai piedi. Il più deciso dei rosso-bleu bolognesi è stato Schiavio, che ha sfoggiato anche una notevole varietà di stile nelle sue insidie alla rete di De Prà. Dopo averne assaggiata la forma con forti tiri, immancabilmente bloccati, ha saputo costringere l’avversario alla più difficile acrobazia.

L'arte calcistica di Gastone Baldi

Da pochi metri, in piena corsa, Schiavio ha puntato sul goal impegnando De Prà, per poi deviare il tiro sull’altro lato del goal. Per poco non era scacco matto. L’olimpionico ha avuto appena il tempo di buttarsi sulla destra e di parare con la mano aperta. In difetto dell’agoniato punto, il giovane e valoroso Schiavio può vantarsi di avere obbligato de Prà a disunirsi, a commettere un reato di stile. E’ già un successo, dato il valore del portiere, ormai ritenuto imbattibile su tiro regolare. Baldi è stato indubbiamente il migliore dei mediani in campo, il suo difetto principale, la lentezza nell’entrare, ha fatto capolino qualche volta anche domenica. Ma quale arte nel lavorarsi il pallone! E quale precisione nel metterlo sul piede del compagno! Si è mostrato pure migliorato in mobilità. Il lungo Baldi infatti è stato uno dei più attivi in campo a Marassi. Genovesi invece ha preferito rimanere al posto di fiducia affidatogli: tenere il pericoloso Santamaria. Ha preso così alla lettera la consegna che in occasione del primo corner l’ha addirittura abbracciato. E tali… amichevoli rapporti sono durati per buona parte della gara, provocando numerosi capitomboli, scambi di strette di mano, sorrisi ed altre amabilità del genere. Evidentemente il leggiadro mediano bolognese e l’aitante attaccante genoano non hanno creduto di buon gusto guastarsi il sangue per così poco. Con un sorriso e un “pardon” si fanno perdonare tante furberie del mestiere. La partita di domenica non ha soddisfatto. I bolognesi trovano che la sorte è stata ingiusta. I genovesi, contentissimi del risultato, si dicono convinti che la squadra può giuocare meglio. De Vecchi era di umore nerissimo durante il viaggio di ritorno. Il curioso è che nessuno ardiva fare previsioni nel “retour-match” di Bologna. Le due squadre hanno in sé tante risorse che la nuova partita è veramente un’incognita. Quello che è certo è che farà caldo sul campo dello Sterlino. La passione per il giuoco del calcio ha riconquistato di colpo tutta la sua virulenza. 

Da "Il Littoriale" del 7 aprile 1931

La partita degli ospiti a Roma – L'opinione di Gastone Baldi (il più alto giuocatore d'Italia)

di V.d.B.


Lelovich deve essere un trainer arcigno e severo. lo me lo figuro coi baffi, stivaloni, scudiscio in mano e cappello a larghe tese. Il perché è molto semplice: domenica mi son visto sgusciare di mano i rosso-bleu come un principiante. Avevo intavolata una discussione contrastatissima con un tizio amico mio sulla rinuncia o meno di Doumergue alla candidatura presidenziale e quando mi sono deciso a rinunciare di convincere il mio interlocutore sulle mie opinioni in proposito, del calciatori bolognesi negli spogliatoi non rimaneva che l'odore di embrocation. Ho preso un taxi e mi sono fatto trasportare di volata all'Albergo Marini, dove alloggiava la squadra bolognese. Il direttore dell' Hotel mi avvertiva però che per ordine ricevuti dal trainer non solo era impossibile avvicinare i giuocatori; ma non era permesso farsi annunciare. Per farla breve sono stato costretto ad imparare a memoria le cento e una diciture esposte nell'ahll (lista dei prezzi, è vietato sputare, non bestemmiare, è proibito sputare sul pavimento, ecc.) prima di poter avere il piacere di stringere la mano del capitano del Bologna. Gastone Baldi non ha bisogno di presentazioni (eppoi lungo come è la descrizione sarebbe decisamente prolissa); sarà interessante sapere piuttosto che ha delle mani da fanciulla, cosa veramente strana in uno spilungone di quella fatta.

Sconfitta immeritata

La sua faccia che tutti gli abituès di campi sportivi conoscono esprimeva contrarietà. – Troppi dispiaceri in una volta. Pensi un po': Pasqua fuor di casa e botte sul campo. – Avete la convinzione di averle meritate? – Affatto. Questa sconfitta è certamente tra quelle che il Bologna può elencare tra le più immeritate. Intendiamoci; non sono di opinione che la mia squadra meritasse la vittoria ma un nulla di fatto avrebbe risposto fotograficamente all'andamento della partita. – Secondo lei quali sono gli uomini che hanno contribuito alla vostra sconfitta? – Volk, Cassetti e la nostra prima linea. – Accipicchia ! – Chiarisco: Volk ha segnato un goal contro cui qualunque tentativo di difesa era inutilissimo. Il biondo giallo-rosso è il migliore centro-attacco che esista in Italia. Il suo giuoco, che a molti sembra semplice e puerile è, invece, a mio parere insidiosissimo. Poco fa Gasperi mi ripeteva per la centesima volta che egli preferiva di aver a che fare con lo stesso Meazza anzichè con Volk. Il fiumano ha uno stile tutto proprio; sornione e sbandato apparentemente, ha, invece, un intuito sveglio e una tempestività assolutamente eccezionali. Coglie l'occasione favorevole con rapidità al quinto di secondo ed improvvisa il tiro – quasi sempre preciso e forte – da qualunque posizione.

Cassetti responsabile della sconfitta

Il punto da lui segnato ci ha messo nella impossibilità di vincere la partita; ma non avevamo ancora perduto. Cassetti, secondo responsabile della sconfitta, si è lasciato passare un pallone di Chini che a me ed a tutti i miei compagni è sembrato parabilissimo. Figuratevi che Pitto – che pure non è un ragazzo maligno – appena segnato Il secondo giallo-rosso, ha dichiarato che egli avrebbe parato il tiro con una mano sola. Il nostro portiere è un atleta che ha tutti i numeri; qualche volta però ha delle amnesie ed i palloni più infantili riescono a passargli sotto Il naso. Terza ed ultima responsabile la nostra prima linea, che ancora una volta ha giuocato una partita vuota di idee e lenta nello svolgimento dei temi. – Della squadra romana le sue lodi si fermano a Volk? – No, no. Ritengo, però, che oggi la seconda linea non abbia giuocato una delle sue migliori partite. Per il resto della squadra credo che le mie osservazioni siano superflue. La Roma non è una compagine che ha bisogno dei miei elogi. – A Roma si è parlato e si parla ancora con insistenza della venuta di Monzeglio e di qualche altro rosso-bleu nelle file delle squadre romane. Che cosa c'è di vero in queste chiacchiere? – Posso affermare che si tratta di... speranze. II Bologna non ha nessuna intenzione di sbarazzarsi di calciatori e specie poi dei migliori. Nessun trasferimento è in vista. Se mai si potrebbe parlare di acquisti; ma non credo sia il caso di parlarne per ora. Con un sorriso largo cinquanta centimetri Baldi mi salutava con queste parole: – Ora sono costretto a lasciarla poiché è già troppo tempo che ho lasciato il trainer che già sarà ad attendermi con impazienza. E prima che potessi fare una osservazione, l'interminabile centro-sostegno del Bologna era già scomparso per le scale. (Indubbiamente Lelovich deve essere quale io immagino. Prego Dio di non imbattermi mai con lui di notte in una strada buia).

La superba affermazione del Liverpool

La squadra rappresentativa emiliana battuta per 6 goals a 1

Brancolini, Boni e Giacosa; Genovesi, Baldi e Romano (Vacondio nella ripresa dovette sostituire Romano contusosi in un incontro con Bamber); Maselli, Della Valle, Alberti, Perin e Forlivesi alla difesa dei colori emiliani; Scott, Longworth e Lucas (cap.); Bamber, Wadsworth e Bromilow; Gilhespy, Forshaw, Chambers, Beadles, Lacey in difesa di quelli del Liverpool furono stati i protagonisti della meravigliosa contesa disputata ieri sul campo di Viale Fontanelli, mercé l’interessamento del prof. cav. Luigi Casini, vicepresidente della Confederazione. Veramente “artisti” del pallone si palesarono attraverso i 90 minuti di gioco i campioni inglesi, i quali, senza eccessivamente impegnarsi, seppero sempre frustrare ogni sforzo dei calciatori emiliani e segnare al loro attivo sei goals, quattro dei quali ottenuti in modo veramente imparabile. I giocatori del Liverpool, tutti di classe eccelsa, sono riusciti, mercé un intenso allenamento collettivo, ad ottenere un perfetto collegamento tra linea e linea ed un mirabile affiatamento tra uomo e uomo. L’accordo perfetto tra questi undici “assi degli assi” del football professionistico inglese è inverosimile: piombano sul goal avversario in un modo irresistibile. Ogni giocatore rosso ieri non destò ammirazione per aver compiuto virtuosismi individuali (cosa tanto cara ai maggior atouts italiani) me per l’abilità per passare al compagno meglio piazzato il pallone o per le classiche fermate del ball. Non variano troppo il gioco, la caratteristica è sempre la stessa, portarsi al cospetto della rete avversaria attraverso un giuoco collettivo di perizia somma e sempre raso a terra. Tra questi undici maestri del football, ammiratissimi per la precisione nel tiro in goal, fu l’inside sinistro Beadles, al quale giustamente ieri il Liverpool affidò il ruolo di cannoniere. Sistema del Liverpool, che è quello poi di ogni grande squadrone scientifico, è d’affidare ai mediani l’incarico di immobilizzare il trio centrale d’attacco avversario, lasciando ai backs quello delle ali.

Come giocarono gli emiliani – La grande giornata di Boni, Forlivesi e Romano

Contro sì formidabile squadrone il nostro gioco del trio difensivo e degli avanti non fu scadente – quelli che invece mancarono quasi completamente furono i mediani, i quali ebbero solo in Romano, nel primo tempo, il vero maestro del doppio gioco. Questo modesto giocatore, agile ma non leggero, deciso, pronto sulla palla e sull’uomo, dotato di grande resistenza, seppe imporsi ad avversari del valore di quelli di ieri. Difese bene e porse agli avanti con finezza e rapidità d’azione ottimi palloni, al volo colpì con sicurezza sorprendente e fu preciso nei colpi di testa. Baldi solo nel primo tempo, come al solito, fu perfetto nel gioco offensivo. Genovesi, half destro, cercò di fare del suo meglio e in parte ci riuscì. Nella ripresa fu migliore dei primi 45 minuti. Vacondio non esistette di fronte al valore dell’internazionale olandese Lacey. Gli avanti con gioco slegato si lanciarono sempre nella mischia con grande decisione e sveltezza e cercarono, però inutilmente di infrangere la granitica potenza dell’infallibile duo Lucas-Longswoth. Poco lavoro venne riservato a Scott, il quale però, con un errore madornale, si fece violare la rete. Il migliore uomo dell’attacco fu Forlivesi, il quale, sebbene dolorante alla gamba sinistra per un colpo ricevuto al primo minuto di gioco da Lucas, fu superbo, alle volte ci parve lento ed incerto, ma con ciò non mancò di essere sempre quell’irresistibile trascinatore tanto caro a tutte le folle.

Brillanti azioni

In una forma spettacolare il duce degli emiliani legò molto bene il suo giuoco con Perin, il quale però non lo servì alla perfezione. Perin sempre fine ed astuto ma non troppo redditizio, Alberti disputò un’ottima partita al pari di Della Valle, Maselli ad errori unì brillanti azioni, specialmente nel primo tempo. Passando al trio difensivo, diciamo subito  che Boni uscì dal match di ieri come un trionfatore. Boni rappresentò della squadra emiliana, come del Modena, la vera salda ed inespugnabile colonna. Giocatore di gran classe, preciso, potente, abile nel compiere le discese, come sicurissimo nei rimandi, sbalordì anche gli avversari. Milton, un ex giocatore del Liverpool, definì “selvaggio” il gioco di Boni, per il difetto di non rimandare il pallone con una meta prefissa (cosa che non fanno mai i terzini inglesi). Giacosa, specialmente nel primo tempo, fu preciso colpitore del pallone. Brancolini, tolto un gravissimo errore che gli costò un goal per non aver valutato l’effetto impresso al pallone inviatogli da Gilhespy, giuocò come nei giorni migliori. Ottimo l’arbitro Tradico.

Le fasi salienti dell’incontro


Dopo aver lasciato svolgere alcune azioni agli emiliani per valutare sommariamente i diversi valori, sempre però lontani dalla loro rete, i forwards “rossi” entrarono in azione e all’11° minuto un potente tiro di Chambers venne respinto dal palo della rete emiliana, ma sopraggiunto in velocità Beadles al volo raccolse il pallone segnando imparabilmente. I “bianchi”, spintisi al contrattacco, impegnarono Scott, ma subito dovettero retrocedere e difendersi in corner, il secondo avendone subito uno al 3° minuto, anche questo ebbe un esito nullo. Belle trame di giuoco sui due campi e al 17° minuto un nuovo corner contro gli emiliani riuscì vano. I bianchi ebbero ancora il sopravvento e tiri di Della Valle, Forlivesi e Maselli passarono alto. I “rossi” condussero nuovamente la danza e dopo una perfetta respinta di Boni e una sicura  fermata di Brancolini. Al 22° minuto su entrata di Gilhespy sparò in goal da pochi metri, Brancolini, agilissimo, si gettò in plongeon che ebbe, se non l’effetto di rallentargli la velocità nel vanificare per la seconda volta l’estremo limite. Rimessa la palla al centro, la battaglia riprese lo stesso ritmo. Boni e Giacosa compirono prodezze al pari di Romano. Dopo alcuni minuti di azioni incalzanti dei “rossi” gli emiliani, come scoiattoli, si lanciarono all’attacco. Dopo un tiro alto di Forlivesi, Scott dovette bloccare un pallone di Della Valle, il quale, subito dopo, ne inviò uno a fianco dopo una bellissima trama di giuoco intessuta da Romano, Forlivesi e Perin. Al 34° minuto fu un palo che si incaricò di respingere un pallone proiettato da Beadles. Tirò Gilhespy uno spìovente di Brancolini, Chambers lo raccolse e Baldi volle intercettare il tiro del centravanti inglese ma non riuscì a rendere impossibile la parata a Brancolini, già impostatosi alla traiettoria dal tiro di Chambers. Una parata di Scott al 37° minuto e nuova accademia degli inglesi. Il primo tempo terminò con una classica attanagliata di pallone di Brancolini su un potentissimo tiro di Forshaw.

Il goal di Perin

La ripresa si iniziò vedendo all’offensiva i compagni di Wadsworth, che al 7° minuto, in seguito ad un corner tirato da Lacey, Chambers segnò con un preciso colpo di testa.  Al 9° minuto i “bianchi” passarono all’offesa e Scott fu chiamato due volte al lavoro. All’11° minuto un penalty concesso agli emiliani per fallo di Longworth tirato da Baldi venne parato da Scott. Al 15° minuto Gilhespy, portatosi velocissimo al centro fino verso l’estremo limite, tentò la via del goal. Brancolini era già pronto alla parata ma non avendo calcolato l’effetto del pallone, al solo toccarlo col piede per farlo scivolare nella gambe per compiere una presa di petto, bastò per deviarlo in fondo alla rete. Due bellissime prese i Brancolini e nuovi attacchi emiliani fermati per offside di Alberti prima e di Maselli poi. Al 27° minuto Chambers in un attacco “rosso” saettò da pochi passi in goal. Brancolini, gettatosi in plongeon fermò la corsa del pallone, ma questi era già riuscito a passare la linea di pochi centimetri. Al 31° minuto, dopo una serie di azioni favorevoli per gli emiliani, finalmente Perin su passaggio di Maselli riuscì a tirare potentemente alto nella porta di Scott. Questi per troppa confidenza tentò la parata con calma ma il pallone gli sfuggì e procurò il goal per i bianchi di Forlivesi. Gli emiliani, imbaldanziti dal successo, continuarono fino verso la fine a imporre il loro scapigliato gioco. I “rossi” negli ultimi minuti ripresero a condurre la danza e terminarono la partita dopo un nuovo corner a loro favore.
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Rappresentativa Emiliana-Liverpool 1-6 (0-3), 
Modena, Campo di Viale Fontanelli, 28 maggio 1922

RAPPRESENTATIVA EMILIANA: Fausto Brancolini (Modena F.B.C., Modena); Fausto Boni (Modena F.B.C., Modena), Leo Giacosa (Parma F.B.C., Parma); Pietro Genovesi (Bologna F.B.C., Bologna), Gastone Baldi (Bologna F.B.C., Bologna), Félix Romano  (A.C. Reggiana, Reggio Emilia) (46’ Carlo Vacondio [A.C. Reggiana, Reggio Emilia]); Augusto Maselli (Modena F.B.C., Modena), Giuseppe Della Valle (Bologna F.B.C., Bologna), Cesare Alberti (Bologna F.B.C., Bologna), Bernardo Perin (Bologna F.B.C., Bologna), Giuseppe Forlivesi (Modena F.B.C., Modena). All.: n.d.
LIVERPOOL: Elisha Scott; Ephraim Longworth, Tommy Lucas (cap.); John Bamber, Walter Wadsworth, Tom Bromilow; Cyril Gilhespy, Dick Forshaw, Harry Chambers, Harry Beadles, Bill Lacey. All.: David Ashworth
Arbitro: Tradico di Milano
Marcatori: Rappresentativa Emiliana: Perin (76’)
Liverpool: Beadles (11’, 22’) Chambers (37’, 52’, 72’), Gilhespy (60’)
Note: al 56’ Scott para un rigore a Baldi.
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Una vittoria perduta!

Il nuovo incontro di foot-ball tra Italia e Svizzera ci delude con una partita pari: due goals contro due - I giuocatori per vincere c'erano, ma non tutti erano in campo
(Servizio speciale della  « Stampa ») 

Bologna, 4 mattino, 

Mentre s'infittivano i fischi del pubblico per la durata eccessiva della giostra della cortesia al centro del campo l'arbitro, sig. Retschury, austriaco, lanciava per aria una moneta compiendo il rito classico che precede l'inizio di ogni match, e la moneta ricadeva al suolo dando all'ltalia il privilegio di allineare colle spalle al sole Trivellini; Calligaris e De Vecchi; Barbieri, Baldi e Romano; Pozzi, Baloncieri, Moscardini, Cevenini III e Forlivesi. Ad essi la Svizzera contrapponeva Pulver; Haag e Bouvier; Fässler, Schmiedlin e Waldis; Martenet, Pache, Inaebnit, Abegglen II e Ramseyer.

La superiorità degli azzurri


Inaebnit inizia la serie delle azioni alle 15,58. Sotto il primo urlo dei rosso-crociati le linee italiane ondeggiano un istante. Abegglen può cosi avanzare sino a che Calligaris non arriva ad impadronirsi del pallone ed a proIettarlo sino a Forlivesi che si scontra con Fässler. Baldi corre in suo aiuto, ma il suo intervento rude provoca un calcio di punizione a favore degli svizzeri: il tiro e teso lato da Ramseyer che fugge col pallone, ma la sua azione sfoga sulla linea di fondo. Cinque minuti dopo un'altra punizione colpisce gli Italiani: la palla è calciata in alio da Schmiedlin e raccolta da Pache è mandata qualche metro a lato della porta. La prevalenza è degli svizzeri e Martenet cerca di concretarla con un preciso passaggio al centro che chiama al lavoro De Vecchi, il capitano degli azzurri allontana la minaccia che incombe nuovamente poco dopo per opera di Pache e di Inaebnit, ma i due svizzeri piombano sul pallone nello stesso istante e lo calciano fuori, colpendosi a vicenda nell'azione rapidissima, sicchè gli italiani possono beneficiare della rimessa in giuoco per sferrare il loro primo attacco di cui si incarica Pozzi. Il bolognese conduce il giuoco sino all'altezza dell'area di rigore svizzera; poi passa al centro, dove Bouvier vigila ed allontana, ma Pozzi riprende ed allunga la palla a Forlivesi che è bloccato da Haag. Gli svizzeri hanno ancora una puntata offensiva su calcio di punizione, ma Calligaris riesce a rimandare, e la palla spazia di nuovo sulla area svizzera. Al 9.o minuto, dopo che Cevenini ha giuocato tre avversari, Pozzi provoca con un tiro violento un'uscita di Pulver, il quale colpisce magnificamente col pugno il pallone che ricade però davanti la rete, creando una mischia pericolosissima che ci mozza il respiro per qualche secondo, sino a che Schmiedlin giunge in aiuto di Pulver, che è premuto dai nostri, ed allontana il pallone.

I due goals italiani

Un minuto dopo gli svizzeri passano al contrattacco ed ottengono un corner. Il tiro però è infruttuso e Pozzi raccolto il pallone fugge verso la porla svizzera. Cevenini che sta per usufruire di un traversone dell'ala destra è contrastato da Haag, il quale nella foga di liberare, tocca il pallone colla mano a pochi centimetri dall'area di rigore. Il calcio di punizione concesso dall'arbitro viene tirato dal bollente giuocatore dell'Internazionale. La palla proiettata con forza verso la porta viene toccata da Pulver in modo difettoso, tanto che essa gli sfugge di mano e va a scuotere la rete. Siamo al 10.o minuto ed il primo goal italiano è segnato. Il pubblico scatta in piedi ed applaude fragorosamente. Sferzati dallo smacco gli svizzeri ripassano all'attacco ed usufruiscono di un nuovo corner che dà occasione a Ramseyer di eseguire un tiro potentissimo che finisce sopra la sbarra traversale. Il giuoco è mobilissimo per merito degli italiani che se devono cedere alla controffensiva avversaria contro la quale il centro half non si oppone, approfittano di tutti gli errori degli svizzeri per rovesciare azioni nella loro area di rigore e dare modo cosi al 12.o minuto a Pozzi di tirare di nuovo in porta senza per altro impegnare Pulver, perché la palla finisce a lato.

Gli azzurri all'attacco

Al 14.o minuto Forlivesi si lascia cogliere dall'arbitro in posizione di fuori giuoco e poco dopo un fallo di Cevenini consente agli svizzeri di liberarsi dalla pressione italiana. Al 18.o minuto Bouvier, premuto da Baloncieri, è costretto a liberarsi in corner ma il tiro susseguente riesce infruttuoso. I campioni azzurri insistono nell'attacco ed al 20.o minuto Forlivesi è ancora fermato per fuori giuoco. Al 21.o un fallo di Cevenini frutta un calcio di punizione contro gli italiani che fa spostare l'azione sotto la rete di Trivellini, ma Abegglen calcia fuori. Al 24.o dopo una discesa bene intessuta tra Cevenini, Moscardini e Pozzi, quest'ultimo manca da dieci metri una buona occasione per segnare. Al 26.o minuto Martenet, dall'estrema linea di fondo, con uno splendido traversone piazzato in piena velocità, veniva a sfiorare il palo superiore della porta italiana. Poco dopo è Ramseyer che costringe Trivellini a bloccare un tiro da 13 metri. Seguono altri minuti di fasi alterne che fanno stazionare il giuoco a metà campo. Al 30.o minuto gli svizzeri conducono una pericolosa azione offensiva e Ramseyer con un traversone provoca una serrata mischia davanti alla rete degli azzurri: il pallone viene disputato e calciato tra una selva di gambe, poi è raccolto da Waldis che da 5 metri calcia a lato. La rimessa in giuoco consente al quintetto di attacco azzurro di condurre una ben combinala irruzione che culmina con una cannonata di Cevenini da venti metri. La violenza del tiro trova impreparato Pulver, il quale non può fare altro che raccogliere il ball nell'angolo sinistro della rete. E' il secondo goal: Cevenini è abbracciato dai compagni, mentre il pubblico si abbandona ad una clamorosa dimostrazione di giubilo. Rimessa al centro la palla gli atleti rossi cercano la via del goal e Pozzi in uno scontro con un avversario è a terra ma si rialza presto riprendendo il suo posto. Quindi nuova azione italiana che termina con un tiro di Moscardini. Pulver salva in corner, che è seguito immediatamente da un altro corner, entrambi infruttuosi. In un contrattacco elvetico l'arbitro arresta il giuoco per un fallo di Cevenini, il quale si fa anche ammonire per un gesto di disapprovazione. Il calcio di punizione non ha esito, ma la minaccia dei rossi persiste ed ai 41.o minuto Pache piazza un ottimo tiro che esce per poco a lato della porta. Al 43.o .minuto calcio libero contro l'Italia. Lo tira Ramseyer, Inaebnit raccoglie con la testa e da una diecina di metri manda il pallone a sfiorare la sbarra traversale. Indi la fine del primo tempo è fischiata senza che le sorti si mutino.

La riscossa svizzera

La ripresa è iniziata alle 16,2. I primi a correre all'attacco sono gli svizzeri, ma la loro azione è infranta da De Vecchi rimanda agli avanti, i quali alla loro volta conducono l'offensiva culminante in un bel tiro di Forlivesi che termina che sfiora il palo sinistro. Al 3.o minuto un calcio di punizione contro gli svizzeri impegna Pulver; quindi una nuova discesa in linea degli azzurri è fermata per fuori giuoco. I campioni elvetici sembrano però decisi a segnare, e trascorsi i primi minuti impongono il loro giuoco fatto di rapidi passaggi e velocissimi spostamenti. In una discesa dei loro è primo Martenet che da lontano impegna Trivellini, poi al 6.o minuto per un fallo di Romano gli svizzeri fruiscono di un calcio di punizione che ha per effetto di creare una pericolosa mischia dinanzi alla porta italiana. L'insidia è però sventata da De Vecchi che rimanda a Forlivesi. Questi fugge col pallone e piazza un ottimo cross che Pozzi raccoglie tirando sopra il palo superiore. Al 10.o minuto l'Italia fruisce di un calcio libero infruttuoso, seguito poco dopo da un altro. All'11.o minuto un tiro di Moscardini esce al lato sinistro della rete di Pulver. Quando il pallone è ricollocato in campo viene raccolto da Ramseyer il quale supera in velocità Barbieri e giunge sino a dieci metri dalla porta italiana che infila con un potentissimo tiro, senza che Trivellini possa nemmeno tentare la parata. Gli svizzeri ottengono così il primo punto. L'avvicinarsi dell'avversario sprona gli atleti azzurri, che appena rimessa la palla al centro sferrano tre o quattro successive discese pericolose che fruttano ancora un corner infruttuoso. Il giuoco si fa ad un tratto elettrizzante: tutta la squadra azzurra è ora protesa all'attacco ed impegna gli avversari in una difesa affannosa. Numerose e rapide azioni successive spiegano gli svizzeri tu difesa, dove eccellono in special modo Fässler e Schmiedlin. In una di queste azioni Pozzi, giunto a 10 metri dalla porta avversaria col pallone, è trattenuto da Haag con un amplesso indesiderato. L'arbitro non vede ed il pubblico protesta e fischia al suo indirizzo. Al 21.o minuto un calcio di punizione a favore degli azzurri provoca una serrata azione sotto la porta di Pulver che deve arrestare un tiro di Cevenini. Quindi gli svizzeri si liberano dall'incombente minaccia e riprendono il sopravvento.

Il pareggio 

E' Martenet che impegna Trivellini. Al 26.o minuto la squadra italiana fruisce di un calcio di punizione. E' Cevenini che lo tira da 25 metri, ma il pallone saettato fortissimo passa appena a lato della porta. Nuova prevalenza elvetica ed al 32.o minuto nuovo calcio di punizione a favore degli azzurri. E' ancora Cevenini che tira ed impegna Pulver, il quale deve salvare in corner, Lo tira Pozzi, il pallone spiovente cade a pochi metri dalla rete elvetica. Haag, pressato dagli avversari, lo manda a Pulver che si salva a stento da una criticissima situazione. Velocissime, discese degli avversari impegnano ora a più riprese Calligaris e De Vecchi. Al 26.o ed al 27.o minuto Trivellini deve bloccare due palloni pericolosi. La minaccia dei rossi persiste e si svolge in parecchie consecutive discese. Al 40.o minuto un ennesimo attacco elevetico frutta il goal del pareggio. La mezza ala sinistra, giunta a venti metri dalla porta italiana, approfitta di un attimo di incertezza di Calligaris per piazzare un ottimo tiro. II pallone sfila rasente terra, verso il lato destro della rete, mentre Trivellini dalla parte opposta vista l'inutilità non tenta nemmeno la parata ed il pareggio e ottenuto. Il pubblico che vede sfuggire la vittoria 'lei propri beniamini rimane sorpreso e muto. Gli ultimi minuti vedono gli atleti azzurri buttati all'attacco, alla ricerca affannosa della via del goal mentre il pubblico li incita con grandi gridi. Ma gli svizzeri, negli ultimi istanti ripiegano in difesa e spezzano inesorabilmente tutte le azioni avversarie, cosicché la fine presto fischiata lascia le due squadre alla pari.

Perché non abbiamo vinto 

La decisione della Federazione italiana di scegliere la citta emiliana per farvi disputare il primo incontro internazionale dell'annata è apparsa lodevolissima, mentre non e stata altrettanto felice l'innovazione pensata dalla Commissione tecnica di affidare il ruolo di centro half ad uno dei più signorili giuocatori bolognesi, il Baldi. Il Baldi meritava di vestire la maglia azzurra perché più volte nel corso di partite di campionato ha dimostrato di essere di pari valore, se non superiore ai centro half visto l'anno scorso. Ieri però è mancato completamente all'attesa quando più forte premeva la minaccia svizzera nel secondo tempo, insomma, quando le deficienze della sua azione sono apparse nettamente, perché nessun aiuto gli potevano dare i suoi compagni di linea. Essi erano stessati dal lavoro intenso durato tutto il primo tempo per fronteggiare le azioni velocissime di Martenet e di Ramseyer, e costretti dagli stessi giuocatori a poggiare l'opera loro scarsa di tecnica, ma di una rude continuità, provocata dalla rabbia e dal dolore, verso le linee laterali del campo, senza nessuna possibilità di spostare al centro per bloccare il trio Pache-Inaebnit-Abegglen 2.o, che aumentava in potenza man mano che scoccavano i minuti. Sino a che la nostra prima linea ha giuocato con ordine, coi cinque uomini al loro posto, liberi nel pensare il piano di attacco e pronti a svolgerlo senza esitazione alcuna, il Baldi ha potuto tentare di reagire contro l'emozione che gli martellava il cuore e gli anchilosava il corpo, vagando da un lato all'altro del campo, non per spiegare le azioni come ad un centro sostegno si conviene, ma per fermare tutti i palloni che anche per isbaglio gli pervenissero.

Il perno della squadra

Così in tutti i primi 45 minuti di giuoco si è potuto rimediare con l'azione generosa di Barbieri e di Romano all'assenza del perno della squadra, e cioè il capo della seconda linea, cresciuto alla scuola di Milano 2.o e di Fossati, sicuro della palla, pronto nell'intercettare i passaggi, duro abbastanza da resistere all'impeto travolgente dei forwards avversari, ma non mai violento nello spezzare di forza le combinazioni, tuttavia un giuocatore in cui si assommino le migliori qualità dei più forti componenti della squadra e che serri in pugno tutte le volontà e le possibilità dei suoi compagni per poter imprimere loro lo slancio quando bisogna serrarli a ridosso del proprio goal e poterne capeggiare l'offensiva per imporre il goal, l'unica cosa che conti nei riguardi del pubblico e degli avversari. Ma Barbieri e Romano non potevano accoppiare alla loro volontà una forza fisica tale che permettesse loro di durare in un lavoro accanito per molto tempo come schiavi legati alla catena, e quando Romano ha ceduto di schianto nella ripresa e quando Barbieri ha dovuto accontentarsi di tenere il meglio possibile il suo posto, il bisogno inderogabile di avere un centro half di alta classe ed in grande forma si è fatto terribilmente sentire, perche nessuno poteva sopperire a questa deficienza. La prima linea italiana agiva male, accentuandosi tutti i difetti riscontrati, partita per partita, nei singoli giocatori: Forlivesi si liberava volentieri della palla quando Fässler l'obbligava a giocare, fidando non solo sulla sua velocità ma sulla abilità di superare con l'astuzia l'half postogli di contro.

Solo la difesa teneva bene

Cevenini era portato dal suo carattere e dalla sua generosità a correre per il campo alle spalle dei compagni di linea per impadronirsi del pallone e rinviarlo nel settore svizzero, Moscardini non si preoccupava di legare il gioco al duo Baloncieri-Pozzi o a quello inesistente in pratica) della coppia Cevenini-Forlivesi, e si appostava nei pressi dell'estrema difesa elvetica pronto a utilizzare le così dette « palle morte » che gli pervenissero e fu la spada di Damocle sospesa sul capo di Pulver. Baloncieri si dimostrò notevolmente impreciso nel tiro in goal e Pozzi non riusciva a compensare lo svantaggio tutte le volte che tentava o dall'ala o spostandosi all'interno di sorprendere Pulver, perchè o Waldis o Bouvier glielo impedivano, o si dimostrava non inferiore all'inside alessandrino nel mandare la palla alta sulla rete. Quando insomma bisognava valorizzare le puntate offensive nostre e vibrare la minaccia fra costa e costa, senza pietà e senza titubanza, il quintetto attaccante italiano si dimostrava impari al suo compito di scavalcare il trio Fässler-Schmiedlin-Waldis e di piombare minaccioso nell'area di rigore degli svizzeri. Solo la difesa nostra teneva e bene. Se Trivellini non ha potuto imporsi all'ammirazione del pubblico per una azione continua che i suoi terzini non hanno permesso, le poche volte in cui è stato impegnato si dimostrò guardiano della rete sicuro e calmo. Prova fulgida del suo valore ha dato al  30.o minuto del primo tempo quando è uscito incontro al quintetto attaccante svizzero ed ha bloccato la palla buttandosi fra le gambe di Abegglen. L'insidioso attaccante svizzero gliela riprese e la passò a Inaebnit il quale non ha potuto approfittarne per l'imprecisione del tiro contro la porta vuota che Trivellini aveva già salvato e che non era pronto a nuovamente salvare tanto è stata rapida l'azione degli avversari. De Vecchi non sfigurava, ma Calligaris si imponeva nettamente con un gioco di entrate veloci e di rimandi potenti spazzando con l'accanimento dei mastini, si che a ragione la sua azione, nel crollo delle linee italiane appariva quella del legittimo erede del « figlio di Dio ».

Italiani più lenti del solito

Contro una squadra che cedeva per insufficienza dei giocatori messi a sostegno delle posizioni più difficili gli svizzeri hanno ritorto l'offesa subita nel primo tempo con una tenacia da montanari e una continuità impressionante. Miglioratissima l'estrema difesa per l'unione maggiore di Haag e di Bouvier, Pulver una sola bella azione ha compiuto quando è uscito ed ha coperto il pallone col suo corpo a pochi passi da Moscardini facendo arrestare la partita, per gioco pericoloso. Sempre pari a se stessa la linea mediana. Smagliante l'azione degli avanti per la precisione del passaggio e la velocità dell'attacco. Gli svizzeri hanno tenuto il comando del gioco per tutta la ripresa ed a ragione lo svecchiamento dei loro quadri voluto dai loro dirigenti e da qualcuno dei migliori giocatori della vecchia guardia, ha servito ai rosso crociati per isveltire la loro azione al contrario degli italiani che erano più lenti del solito), ed il pareggio che essi hanno conquistato negli ultimi minuti è dovute al loro valore innegabile ed alla fede in se stessi che non hanno perduto mai. E il gesto di Fehlmann che non è partito da Berna perché già carico di anni e di gloria, ha avuto ieri a Bologna la sua consacrazione perché l'anziano capitano degli svizzeri ha saputo a tempo stracciare la pagina degli antichi annali e farne una fiaccola che ha consegnato a Schmiedlin perché con essa illumini l'avvenire del foot-ball del suo paese.

Dopo la vana partita

Eravamo raccolti in un ampio salone del Resto del Carlino, il quale ha voluto inchinare l'omaggio di lutti i suoi redattori ai componenti delle due squadre, ai dirigenti delle Federazioni italiana e svizzera ed ai giornalisti convenuti in grande numero a Bologna per assistere al primo match internazionale dell'annata. All'esuberanza giovanile dei meno anziani nazionali nostri faceva riscontro la pensosa attitudine di De Vecchi e la freddezza glaciale dell'arbitro Retschury e del capitano svizzero Schmiedlin, i quali si intrattenevano coi vicini sulle vicende della partita.

Le impressioni dell'arbitro 


Abbiamo potuto raccogliere le loro impressioni, non senza fatica, perchè li tratteneva il timore che le loro parole potessero apparire dettate da un senso d'acredine da cui il loro pensiero rifuggiva. Complessivamente tutti erano d'accordo nell'ammettere la superiorità schiacciante italiana nel primo tempo, tanto che — aggiungeva l'arbitro — « dopo i due a zero dei primi 45 minuti di giuoco, non ho mai pensato ai risultato odierno. Gli italiani — egli ha continuato — avevano giuocato la prima ripresa molto bene. Erano sempre pronti a colpire il pallone. La squadra svizzera opponeva ad una maggiore decisione italiana, un disordine notevole, specialmente da parte degli avanti che giuocavano senza unità e lasciavano intuire facilmente agli avversari io sviluppo delle loro azioni. La grande sorpresa è avvenuta nel secondo tempo nel quale la squadra svizzera ha dimostrato di essere molto bene allenata, mentre gli italiani che avevano lavorato senza freno nei primi 45 mimiti erano rimasti vittime della loro esuberanza e del loro lavoro iniziale. Gli svizzeri si sono accorti di questa debolezza e sono riusciti con molto coraggio a pareggiare ». — Secondo lei chi è il migliore uomo in campo ? — Il migliore, senza dubbio, è stalo uno dei vostri terzini, il più giovane, Calligaris, che io non esito a qualificare come il migliore giuocatore dell'Europa meridionale. E' molto preciso nel battere la palla, ma ha un difetto, comune a molti giovani, di non preoccuparsi molto di sapere dove il pallone vada a finire. Sotto questo punto il vista il suo compagno di linea gli era leggermente superiore. Ma in complesso tutti e quattro i terzini hanno peccato oggi nello stesso modo. Dopo Calligaris, dei vostri mi hanno impressionato favorevolmente l'half sinistro nel primo tempo e la mezz'ala sinistra in tutta la partita, quest'ultima specialmente. E i goals che voi avete segnato sono dovuti non solo alla superiorità reale di attacco, ma anche a due felici intuizioni del vostro inside, il quale ha sorpreso, non solo il portiere svizzero — cosa non molto diffìcile — ma tutta la difesa degli svizzeri. Degli svizzeri invece mi sono piaciuti i tre halves ed in genere gli avanti e più di tutti l'ala destra, il più signorile dei giuocatori elvetici.

I giudizi del capitano svizzero


Mentre l'arbitro parlava, il capitano svizzero faceva segni di assenso ed alla nostra richiesta delle sue impressioni egli ci disse di non potere che completare quelle che ci aveva esposte Retschury per quanto riguardava la sua squadra. Egli ha detto che Fehlmann non ha voluto partire dalla sua città allegando la sua età avanzata. Egli dichiarò che voleva lasciare il posto ai giovani ed ha aggiunto che sarebbe stato felice di chiudere la sua carriera di internazionale col match Svizzera-Olanda dell'anno scorso, senza più essere costretto a vestire la maglia rosso-crociata. L'assenza di Fehlmann ci ha obbligato a spostare Fässler a destra della seconda linea, perchè il mediano che prima occupava il suo posto poteva giuocare soltanto quando avesse avuto dietro di sè un uomo che gli desse l'affidamento che gli poteva dare Fehlmann. Mettemmo Bouvier a sinistra e gli demmo come compagno Haag, il quale giuocava per la prima volta insieme agli altri componenti della squadra. Nel primo tempo, mentre gli italiani erano molto più svelti di noi, non potevamo opporre loro che parte dei nostri giuocatori, perché Haag e Fässler non si capivano e perché vi era molta discordanza nel duo Bouvier-Haag. Nel primo tempo poi il centro avanti ci ha fatto rimpiangere Leiber, perchè era sempre troppo indietro e non riusciva perciò a legare il giuoco del suo compagno di destra con quello del suo compagno di sinistra. Riguardo agli altri non ho nulla da dire. Vorrei fare solo un rilievo: Pulver, il quale ha manifestato oggi una debolezza impressionabile nel parare i palloni rasi a terra mentre prendeva bene quelli che gli giungevano alti. Egli poteva parare il primo goal e con un po' più di prontezza avrebbe potuto salvare in corner il secondo se non fosse stato sorpreso dalla velocità dell'azione della vostra mezza ala sinistra. Abbiamo potuto pareggiare nel secondo tempo perché abbiamo giuocato con maggiore coraggio di voi, ma dobbiamo riconoscere lealmente che tra voi vi erano degli uomini che più che una forza erano una debolezza per la squadra.

La severa critica di De Vecchi

A questo punto abbiamo voluto sentire le impressioni di De Vecchi, che non senza qualche esitazione acconsentì ad aderire alle nostre richieste. — Alla nostra squadra è mancato il centro half, ma vi sono delle spiegazioni a proposilo di Baldi, il quale è un giovane che ha dinanzi a sé un grande avvenire e che merita molte attenuanti. La Commissione tecnica ha voluto provarlo a Bologna fidandosi dell'appoggio morale che gli avrebbero dato i suoi concittadini nell'applaudirlo, ma questo per me è stato un errore. Quando si vuole provare un giocatore in un match internazionale bisogna provarlo fuori di casa, e Baldi non era adatto a giuocare il suo primo match in nazionale a Bologna davanti  un pubblico impressionante e suggestivo. Ritengo che se Baldi invece di vestire la maglia azzurra nella sua città, avesse giocato fuori del suo centro e, meglio ancora, se fosse stato nella squadra italiana che deve recarsi a Praga od a Vienna, non si sarebbe preoccupato di mantenersi all'altezza della fama quando giocava col Bologna ed avrebbe agito con più calma e molto diversamente. Un solo appunto gli si può muovere: di essere molto più lento di Burlando che oggi avrebbe tenuto il posto meglio di lui. Ad ogni modo Baldi è un giuocatore bravo che non meritava di essere mandato allo sbaraglio come è stato oggi mandato. — E la nostra prima linea che impressione le ha fatto? — La nostra prima linea ha giuocato male nel secondo tempo quando non ha dato quasi nulla. Io credo debba essere rifatta. A destra, per esempio, l'ala bolognese Pozzi ha lavorato con coscienza e volontà, ma non lo credo ancora all'altezza di sostenere un match internazionale. Forse bisognerebbe spostarlo a sinistra perchè possa rendere quanto promette. Di Moscardini non posso dire niente, perché non l'ho visto quasi mai emergere in un'azione. Veramente, il posto che egli occupa è uno dei più diltlcili, però non bisogna mai dimenticare che ha al fianco Cevenini III, un giuocatore di grande classe, ma che non mi convince molto.

De Vecchi bacchetta Baldi


Moscardini doveva legare il giuoco dalla parte destra dell'attacco con quello della sinistra, ma non poteva legarlo il più delle volte perché a sinistra sovente gli mancava il guiocatore con cui doveva legarlo. Non dobbiamo mai dimenticare che Cevenini ha la tendenza di lasciare il proprio posto più che non si creda, disordinando il lavoro della prima linea, perchè tra Moscardini e Forlivesi vi era tale spazio da permettere agli svizzeri di agire come meglio volessero e disordinando la parte destra della squadra che si trovava improvvisamente con un altro uomo sul quale non aveva contato e che più che di aiuto riusciva di danno. Forlivesi non è stato all'altezza del Forlivesi che abbiamo conosciuto nel Belgio ed in Olanda, ma si e saputo salvare più di una volta, da vecchia volpe qual è. Di Trivellini non posso dire molto, perché è stato poco impegnato. Romano ha giuocato un primo tempo veloce nel quale si è esaurito anche perchè aveva di contro un'ala che mi è piaciuta molto, sia per la continuità dell'azione, sia per l'astuzia con cui portava i palloni sino sono la nostra porta.  — Queste le sue impressioni sulla squadra italiana. E sulla squadra svizzera che cosa può dirci ? —  Magnifica. Ha una prima linea poderosa che dà da pensare ad ogni difesa. Non mi è piaciuta l'estrema difesa. Degli altri giuocatori ritengo sia buono il centro half che è andato molto bene, quantunque abbia calato un poco nella rimesa. Complessivamente i tre halves mi piacciono. — Alcuni spettatori che erano dietro la porta di Trivellini ci hanno detto che il secondo goal è stato favorito da uno sbaglio della difesa italiana. E' vero? -— Lealmente devo confessare di sì e devo aggiungere che lo sbaglio involontario è stato mio. Inaebnit aveva superato Baldi che non è esistito in campo nel secondo tempo. Io correvo a lato dello svizzero per cercare di fermarlo e sono riuscito anzi a sopravanzarlo nel momento stesso in cui lo svizzero tirava. Il mio piede in corsa ha battuto contro il pallone e lo ha deviato. Perciò Trivellini che era già piazzato per parare il pallone non si è potuto spostare per porre un riparo al mio errore involontario.

“ Ci è mancato il centro half ! „ 

Per completare la nostra inchiesta abbiamo anche voluto sentire le impressioni di Rangone, il quale ci ha detto nettamente: — Avevamo posta la nostra fiducia in alcuni e la fiducia è venuta meno, specialmente da parte di Baldi che ci è venuto a mancare sia come giuocatore che come uomo: come giuocatore perché e stato di una lentezza eccessiva come non l'ho mai visto, e come uomo perché è stato paralizzato dall'emozione. Si trovava per di più a giuocare contro una squadra svizzera molto più forte di quelle che abbiamo incontrato sinora, una squadra di cui il giuoco della prima linea si è sveltito molto, sicché la nostra, già poco allenata, è crollata nel secondo tempo, eccettuato Calligaris e Cevenini III, il quale ultimo col suo giuoco disordinato ha finito per porre in serio imbarazzo anche i compagni di linea. Complessivamente ritengo che questa squadra più allenata e tenendo fede al giuoco tradizionale italiano possa opporsi con successo alla squadra tedesca. Nel primo tembo degli svizzeri mi sono piaciuti Abegglen e Bouvier, il quale però ha avuto possibilità di giuocare troppo libero. Schmiedlin è stato ottimo nel primo tempo ed è calato un poco nel secondo. Le ali erano molto forti ed il crollo della nostra seconda linea, specialmente al centro ed a sinistra perchè Barbieri ha tenuto abbastanza bene il suo posto, è stato provocato appunto dalla velocità dei giuocatori della Svizzera francese, specialmente alle due ali.

Stagione
Squadra
Campionato
Coppe naz.
Coppe euro.
Altre coppe
Totale
Com Pres Reti Com Pres Reti Com Pres Reti Com Pres Reti
Pres
Reti
1920-1921
Bologna
1C
17
0
-
-
-
-
-
-
-
-
-
17
0
1921-1922
Bologna
1C
19
2
-
-
-
-
-
-
-
-
-
19
2
1922-1923
Bologna
1D
20
3
-
-
-
-
-
-
-
-
-
20
3
1923-1924
Bologna
1D
24
0
-
-
-
-
-
-
-
-
-
24
0
1924-1925
Bologna
1D
30
1
-
-
-
-
-
-
-
-
-
30
1
1925-1926
Bologna
1D
13
1
-
-
-
-
-
-
-
-
-
13
1
1926-1927
Bologna
DN
20
0
-
-
-
-
-
-
-
-
-
20
0
1927-1928
Bologna
DN
16
0
-
-
-
-
-
-
-
-
-
16
0
1928-1929
Bologna
DN
29
6
-
-
-
-
-
-
-
-
-
29
6
1929-1930
Bologna
A
10
0
-
-
-
-
-
-
-
-
-
10
0
1930-1931
Bologna
A
26
0
-
-
-
-
-
-
-
-
-
26
0
1931-1932
Bologna
A
33
5
-
-
-
CEC
3
1
-
-
-
36
6
1932-1933
Bologna
A
12
0
-
-
-
-
-
-
-
-
-
12
0


269
18


-
-


3
1


-
-
272
19
Legenda:
1C – 1ª Categoria (massima serie).
1D – 1ª Divisione (massima serie).
DN – Divisione Nazionale (massima serie).
A – Serie A
CEC – Coppa dell'Europa Centrale





Gastone Baldi (Bologna, 14 maggio 1901 – Bologna, 18 giugno 1971). 272 presenze nel Bologna tra 1C / 1D / DN / Serie A, Coppa dell'Europa Centrale e 19 gol, dall'esordio in campionato con il Bologna, 24 ottobre 1920, al ritiro, 25 giugno 1933. Per tredici stagioni terzino e centromediano del Bologna. Con i rosso-blu ha vinto 2 scudetti (1924-25; 1928-1929) e una Coppa dell'Europa Centrale (1931-1932). Con la Nazionale 3 presenze e 0 reti.

GASTONE BALDI IN NAZIONALE
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1^ Amichevole 1922-1923
Bologna, Stadio del Motovelodromo, domenica 3 dicembre 1922 ore 14:30
ITALIA - SVIZZERA 2-2 (2-0)
MARCATORI: 1-0 (10') Luigi Cevenini, 2-0 (30') Luigi Cevenini, 2-1 (58') Robert Pache, 2-2 (85') Rudolf Ramseyer
ITALIA: Giuseppe Trivellini  (Brescia F.B.C., Brescia); Umberto Caligaris (Casale F.B.C., Casale Monferrato), Renzo De Vecchi (Genoa C. & F.C., Genova) (cap.); Ottavio Barbieri (Genoa C. & F.C., Genova), Gastone Baldi (Bologna F.B.C., Bologna), Félix Romano  (A.C. Reggiana, Reggio Emilia); Alberto Pozzi (Bologna F.B.C., Bologna), Adolfo Baloncieri (U.S. Alessandria, Alessandria), Giovanni Moscardini (U.S. Lucchese, Lucca), Luigi Cevenini (Internazionale F.B.C., Milano), Giuseppe Forlivesi (Modena F.B.C., Modena) - Allenatore: Commissione tecnica della Federazione.
SVIZZERA: Hans Pulver (F.C. Young Boys, Bern); Jean Haag (Grasshopper-Club, Zürich), Charles Bouvier (Servette F.C., Genève); Kaspar Waldis (F.C. Luzern, Luzern), Paul Schmiedlin (F.C. Bern, Bern) (cap.), Paul Fässler (F.C. Young Boys, Bern); Jean Martenet (F.C. Lausanne Sports, Lausanne), Robert Pache (Servette F.C., Genève), Charles Inaebnit (Grasshopper-Club, Zürich), Max Abegglen (F.C. Lausanne Sports, Lausanne), Rudolf Ramseyer (F.C. Young Boys, Bern) - Allenatore: Teddy Duckworth (altra fonte: Commissione tecnica arbitrale).
ARBITRO: Heinrich Retschury (Austria)
SPETTATORI: 25.000
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2^ Olimpiadi 1923-1924 - Ottavi di finale
Vincennes (Parigi), Stade Général John Joseph Pershing, giovedì 29 maggio 1924 ore 16:00
ITALIA - LUSSEMBURGO 2-0 (2-0)
MARCATORI: 1-0 (20') Adolfo Baloncieri, 2-0 (38') Giuseppe Della Valle
ITALIA: Giovanni De Prà (Genoa C. & F.C., Genova); Virginio Rosetta  (U.S. Pro Vercelli, Vercelli), Renzo De Vecchi (Genoa C. & F.C., Genova) (cap.); Ottavio Barbieri (Genoa C. & F.C., Genova), Gastone Baldi (Bologna F.B.C., Bologna), Giuseppe Aliberti (F.B.C. Torino, Torino); Leopoldo Conti (Internazionale F.B.C., Milano), Adolfo Baloncieri (U.S. Alessandria, Alessandria), Giuseppe Della Valle (Bologna F.B.C., Bologna), Mario Magnozzi (U.S. Livorno, Livorno), Virgilio Levratto (F.C. Vado, Vado Ligure) - Allenatore: Vittorio Pozzo
LUSSEMBURGO: Étienne Bausch (C.S. Stade Dudelange, Diddeleng); Émile Kolb (F.A. Red Boys, Déifferdeng), Nicolas Kirsch (C.A. Spora, Lëtzebuerg) (cap.); Paul Feierstein (F.A. Red Boys, Déifferdeng), Joseph Koetz (C.S. Fola, Esch-Uelzecht), Marcel Schumann (C.A. Spora, Lëtzebuerg); Jean-Pierre Weber (C.S. Fola, Esch-Uelzecht), Jean-Pierre Weisgerber (C.S. Fola, Esch-Uelzecht), Alfred Kieffer (F.A. Red Boys, Déifferdeng), François Langers  (A.S. La Jeunesse d`Esch, Esch-Uelzecht), Albert Massard (C.S. Fola, Esch-Uelzecht) - Allenatore: Batty Schroeder 
ARBITRO: Jean Richard (Francia)
SPETTATORI: 4254
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3^ Amichevole 1924-1925
Milano, Stadio di viale Lombardia (Campo Milan), domenica 18 gennaio 1925 ore 14:30
ITALIA - UNGHERIA  1-2 (1-1)
MARCATORI: 1-0 (17') Leopoldo Conti, 1-1 (27') Spitz Illés, 1-2 (76') Takács József
ITALIA: Giovanni De Prà (Genoa C. & F.C., Genova); Umberto Caligaris (Casale F.B.C., Casale Monferrato), Renzo De Vecchi (Genoa C. & F.C., Genova) (cap.); Pietro Genovesi (Bologna F.B.C., Bologna), Gastone Baldi (Bologna F.B.C., Bologna), Giuseppe Aliberti (F.B.C. Torino, Torino); Leopoldo Conti (Internazionale F.B.C., Milano), Luigi Cevenini (Internazionale F.B.C., Milano), Giuseppe Della Valle (Bologna F.B.C., Bologna), Mario Magnozzi (U.S. Livorno, Livorno), Virgilio Levratto (F.C. Hellas Verona, Verona) - Allenatore: Commissione tecnica della Lega
UNGHERIA: Zsák Károly (33 F.C., Budapest); Fogl József (Újpesti T.E., Budapest), Fogl Károly (Újpesti T.E., Budapest); Furmann Károly (Ferencvárosi T.C., Budapest), Kléber Gábor (M.T.K., Budapest), Blum Zoltán (Ferencvárosi T.C., Budapest) (cap.); Rémay János (Nemzeti S.C., Budapest) (28' Kautzky József [Törekvés S.C., Budapest]), Takács József (Vasas S.C., Budapest), Orth György (M.T.K., Budapest), Spitz Illés (Nemzeti S.C., Budapest), Kohut Vilmos (Ferencvárosi T.C., Budapest) - Allenatore: Máriássy dr. Lajos 
ARBITRO: Marcel Slawick (Francia)
SPETTATORI: 18.000